IL Tribunale CONDANNA L'Osservatore Romano per «aggressione scritta, immotivata e animosa, esercitata soltanto per ferire la reputazione» della rivista SìSìNoNo.



Dalla sentenza del Tribunale del giudice F. to Volpari 
depositata in cancelleria il 24 giugno 1981.

«Il Tribunale, visti gli artt di legge 483, 488 c. p. dichiara VOLPINI VALERIO [direttore dell'Osservatore Romano] colpevole del reato ascrittogli e ...  lo condanna alla pena di L. 200.000 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali... e ordina la pubblicazione per una sola volta e per estratto della presente sentenza sul quotidiano L’Osservatore Romano».
«In merito all’odierno pubblico e orale dibattimento, il Tribunale rileva che dalle risultanze processuali è emersa, chiara e sicura, la prova della penale responsabilità dell’imputato Valerio Volpini, in ordine al reato ascrittogli... E’ infatti certo che l’autore dell’ articolo recante il titolo "Il seminatore di zizzania", apparso sul numero del 22 aprile 1979 de L’Osservatore Romano.., offenda con il detto scritto la reputazione della persona offesa Putti Francesco [direttore della rivista Sì Sì No No]. »
«Non c’è dubbio infatti che il Volpini, nel contesto del suo articolo, abbia travalicati i limiti di quello che è il legittimo  diritto di critica» con  «aggressione scritta, immotivata e animosa, esercitata soltanto per ferire la reputazione altrui», «ispirati a mera animosità».

Detto questo cerchiamo brevemente di inquadrare i personaggi del contendere per poi lasciare direttamente agli articolo apparsi sulla rivista sìsìnono. 

Don Francesco Putti Nato a Roma il 3 aprile del 1909 in una famiglia numerosa, non nascondeva la sua ammirazione per la religiosità dei suoi genitori. Fu per più di venti anni un figlio spirituale di Padre Pio ed esistevano fra di loro rapporti spirituali intimi. Incoraggiato e sostenuto da Padre Pio, si fece Sacerdote a 47 anni e volle celebrare la sua prima Messa a San Giovanni Rotondo, all'altare dove celebrava quotidianamente Padre Pio. Non potè avere un ministero parrocchiale a causa della sua infermità, ma si diede al ministero della confessione per quasi 15 anni: fu confessore ad Avellino, Salerno, Napoli. Instancabile, passava ore ed ore in confessionale, si faceva una lunga fila per avvicinarlo. Era sempre disponibile per dare i Sacramenti. Con un gruppo di amici sacerdoti e laici si sente interiormente "chiamato" ad un apostolato per la difesa della Fede.  Nel 1975 esce il primo di una lunghissima serie numero della Rivista Sì Sì No No. (ne parliamo QUI). 
[Fonte: Omelia tenuta da Don Emmanuel du Chalard al funerale di Don Francesco Maria Putti]

Valerio Volpini nato a Rosciano di Fano, 29 novembre 1923. Dal 6 gennaio 1978 al 1° settembre 1984 ha tenuto le redini de "L'Osservatore Romano" chiamato da Paolo VI a succedere a Raimondo Manzini. Valerio Volpini fu testimone privilegiato dell'anno dei tre Papi e poi del primo intenso periodo del Pontificato di Giovanni Paolo II. Ma non fu solo giornalista. Comandante partigiano e scrittore, pittore e fotografo, poeta e critico letterario.
[Fonte: Osservatore Romano]

TUTTA LA VICENDA RIPORTATA FEDELMENTE 
DALLA RIVISTA SI SI NO NO.

 Tratto da Sì Sì No No: Aprile 1979 Anno V N° 4 p. 1 pdf

Don Francesco Putti, direttore di Sì Sì No No
 Nell’ultima decade di marzo un Monsignore ha fissato un appuntamento con il nostro Direttore [don Francesco Putti] ed ha riferito, a nome della Segreteria di Stato di Sua Santità, quanto segue. Premettiamo che le nostre considerazioni non si riferiscono alla Chiesa, la quale, qualunque sia il comportamento degli uomini è e resta Santa, bensì a certi uomini di Chiesa.

 * * *

Ecco, per ordine, quanto ci è stato riferito.
1) « sì si no no » dà scandalo.

Danno scandalo « parole, atti o omissioni che inducano altri in peccato o in tentazione ». Se il nostro periodico è accusato «dare scandalo bisogna dedurre che, secondo alcuni ecclesiastici,  dà scandalo non chi propugna l’errore, l’eresia, ma chi difende la Verità. Siamo, cioè, al punto che il bene è chiamato «male» é il male «bene».
Danno scandalo anche « parole, azioni o omissioni che suscitino in altri sdegno o disgusto ». Anche in questa accezione, non sono i nostri scritti che, ragionevolmente, suscitano sdegno o disgusto, ma quanto essi denunziano,  e cioè le eresie degli ecclesiastici demolitori della Fede cattolica e le omissioni delle autorità ecclesiastiche, che se ne stanno tranquillamente a guardare (1).

Se, poi, si vuol dire che il nostro periodico « dà scandalo » perché denunzia eresie, eretici e loro protettori, indicandoli per nome e cognome, ricordiamo che la carità impone di nascondere errore ed errante finché il silenzio non è di danno ad altri. Ma, quando il tacere fa sì che altri siano travolti nell’ errore, la carità esige che si denunzino a chiare lettere responsabilità e responsabili. Che carità sarebbe mai quella che, per salvaguardare l’ onore immeritato di un uomo dinanzi agli uomini, assistesse impassibile alla rovina eterna di tante anime?

Se, per combattere l’eresia, dovessimo limitarci a ristampare libri di sana teologia, essi finirebbero in soffitta o in cantina.

Alla pubblica offesa della Verità si reagisce con pubblico rimprovero, additando i colpevoli alla pubblica riprovazione, sia quale antidoto al veleno dell’eresia sia quale estremo tentativo di richiamare gli eretici alla resipiscenza.

Se, infine, si vuol intendere che il nostro periodico « dà scandalo » perché rende noto un male ancora occulto,  si badi  ed era facilmente comprensibile  che noi pubblichiamo quanto ci viene segnalato e documentato da stimati ecclesiastici; cioè documentiamo quanto è già di pubblico dominio, ed ha dolorosamente colpito il Clero di una Diocesi o i membri del Clero romano. Così per quanto pubblicato sull’ insegnamento nei vai Atenei romani; così per la documentazione offerta contro Molari, Spallacci (Umbria), Chiavacci (Umbria-Toscana), Baget-Bozzo (Genova)...

Si badi che quanto pubblichiamo è la minima parte delle notizie in nostro possesso ed è pressoché nulla rispetto alla reale entità dei mali ecclesiali.

Si badi che il nostra pubblicazione va innanzi con le offerte che le provengono spontanee da Cardinali, Arcivescovi, Vescovi, membri autorevoli e numerosi della Curia e della Segreteria di Stato, da tanti Sacerdoti, in Italia e all’estero, che ci esortano a proseguire la santa battaglia.

Il nostro periodico, dunque,  non dà scandalo. Al contrario rende un grande servizio alla Chiesa e alle anime, smascherando l’ errore ovunque si annidi, affinché ecclesiastici e fedeli non si ritrovino, un giorno, del tutto smarriti e, peggio, di fatto neo-modernisti.

2) « sì sì no no » ci lega le mani come nel caso di Garrone [Cardinale, Prefetto della S. Congregazione per l’Educazione Cattolica] che non si può mandar via perché si direbbe che lo si fa per gli attacchi di « sì sì no no »

La logica e lo zelo, per la verità, richiederebbero un ragionamento molto diverso.
La verità, chiunque la dica, è sempre verità e, come tale,  va rispettata: se gli attacchi di sì sì no no sono fondati (come implicitamente si riconosce), si agisca di logica conseguenza.
Il bene delle anime deve essere la suprema lex per gli uomini della Chiesa: se esso richiede che Garrone e altri siano estromessi, lo si faccia, checché si dica e da chiunque si dica.
Quale logica, quale zelo è mai quello che per non « far vedere » che sì sì no no ha ragione, preferisce vedere la voluta e sistematica demolizione della Chiesa?

Non è vero che la nostra pubblicazione abbia prodotto o produca tale inazione. L’autorità ecclesiastica, quando ha voluto, ha proceduto a rimuovere quanti lo meritavano. Esempi: Mons. Molari è stato rimosso dall’Urbaniana; Don Baget-Bozzo dall’ insegnamento e dalla direzione di Renovatio... Anche dopo che sì sì no no aveva documentato i loro errori dottrinali.

Da anni, da molto prima che il nostro periodico iniziasse le sue pubblicazioni (gennaio 1975), a tutta Roma (e non solo a Roma) erano note le « garronate »  del Card. Garrone, che, in dal suo ingresso in quella sfortunata S. Congregazione, non fece mistero alcuno, anzi vantò il suo deleterio programma.
Ora, si dice, « non si può mandar via » per gli attacchi di sì sì no no. E prima? E’ una strana coincidenza, ma a noi da tempo risolta che Garrone ha detto:  Non andrò via finché sarò attaccato da « sì sì no no » : il foglio dovrà cessare le sue pubblicazioni.

Dovremmo dedurre, quindi, che non abbiamo un solo Papa; ma ne abbiamo anche un altro che si chiama Garrone, il  quale vuole imporre nella Chiesa la sua volontà con prepotenza e ingiustizia. Se non vuol essere più attaccato, riconosca onestamente i suoi errori e la rovina provocata nella Chiesa e smetta di ordire altre « garronate », come quando, (d’ accordo con Poletti), ha creato la supercommissione alla Lateranense, sede vacante, in dispregio del cap. IV della Costituzione Apostolica Romano Pontifici Eligendo, vanificando la Visita Apostolica di Sua Ecc.za Mons. Gagnon (2).  Arbitio tanto grave che basterebbe da solo a motivare l’estromissione di Garrone e dei suoi complici.

3) « sì sì no no » ha l’identico effetto [di legare le mani alle autorità] nei riguardi dei professori che insegnano nelle Università ecclesiastiche, in particolare alla Lateranense

E, così, si preferisce non provvedere contro il marcio, ben conosciuto, che emana dalle cattedre universitarie; si preferisce che le nuove generazioni sacerdotali siano dottrinalmente deformate.

Un Sacerdote, dottrinalmente deformato,  è la rovina di tanti fedeli. Ma, evidentemente,  la « salus animarum » non è più la « suprema lex » per certi vertici della Chiesa: la suprema lex è salvare la faccia di Garrone, Poletti, Bordoni, Sauna, Grech, Molinaro, Todisco e compagni.

Ma, anche a voler prescindere da quanto suggeriscono la logica e lo zelo per la causa di Dio, non si venga a dire che, per colpa di sì sì no no, non si prendono provvedimenti contro i Cardinali spergiuri, eretici e moralmente scomunicati e contro i docenti spergiuri, eretici e scomunicati. Non si vorrà far credere che prima che sì sì no no iniziasse le sue pubblicazioni (gennaio 1975) gli uomini della Chiesa fossero all’oscuro dei mali che ne aggredivano l’organismo.

Da anni era notorio il pessimo andamento delle Università Ecclesiastiche e di alcuni Dicasteri e c’era anche chi, ingenuamente, si era premurato di esibirne alla Segreteria di Stato e all’ex S. Uffizio la documentazione. Tutto inutile. Allora, non c’erano gli attacchi di sì sì no no a « legare le mani ». Perché non furono presi provvedimenti? La risposta è semplice: perché non c’era la volontà di prenderli. Per lo stesso motivo non si prendono neppure oggi,

Ed eccone la riprova: ammesso e non concesso che sì sì no no leghi le mani per gli ecclesiastici che ha attaccato, domandiamo: chi le lega per tutti gli altri ecclesiastici  - molto più numerosi, che sì sì no no non ha attaccato  -notoriamente intenti a demolire la Chiesa in Italia, Olanda, Belgio, Francia, Inghilterra, Austria, Germania, Spagna in breve in tutta l’Europa e negli altri continenti? Chi le lega per i  Vescovi filomarxisti italiani, francesi e latino-americani? Chi le lega per le Conferenze Episcopali che hanno ardito emanare direttive in opposizione con il Magistero, e in particolare con l’Humanae Vitae? Chi le lega
per i libri infami delle editrici « cattoliche »? E l’elenco potrebbe continuare…

4) Per i professori eretici non ci sono le carceri: si può solo dire loro che non scrivano. La stessa cosa è per Famiglia Cristiana.

Questa affermazione è in flagrante contraddizione con quella precedente: quali mani lega sì sì no no all’autorità se questa confessa di nulla potere contro i nemici interni della Chiesa?

Nessuno chiede il carcere per i professori eretici. Si chiede giustamente che, poiché i docenti delle Università Ecclesiastiche hanno ricevuto la missio canonica di insegnare la dottrina della Chiesa e di difendere il depositum fidei (e per questo sono retribuiti dalla Chiesa),
rispettino l’impegno che si sono liberamente assunto. E, conseguentemente, si chiede che l’autorità esoneri dall’insegnamento quei professori, i quali si ostinano a sostituire favole umane alla Verità divina, invece di trasferirli da una cattedra all’altra, compromesso ancor più deleterio.
Questo non è chiedere il carcere per gli eretici: è chiedere ciò che la giustizia e la Verità esigono: è chiedere agli uomini della Chiesa l’adempimento del loro fondamentale ed elementare dovere (depositum custodi): è chiedere di far cessare lo scandalo più grave nella Chiesa: la deformazione dottrinale del giovane Clero.

Quanto a Famiglia Cristiana, sono anni che denunce e documentazioni di parroci e laici continuano ad accumularsi in Segreteria di Stato, nell’ex S. Uffizio e nella S. Congregazione per il Clero. Per la verità, non è mancato qualche raro e timido accenno di richiamo. Ciò non ha impedito che i Paolini, veri macellai del gregge, continuino a vendere il loro laido settimanale con regolare imprimatur e nelle chiese.

Il caso di Famiglia Cristiana sarrebbe dovuto bastare, da solo,  ad insegnare a certi ecclesiastici che la Chiesa non si governa con evanescenti parole, ma con direttive ferme e precise e, dove occorra, anche con le sanzioni in loro potere. Usare forme diplomatiche con i nemici interni è sempre deleterio alla Chiesa. Ben diverso è l’esempio di Cristo Signore,  che non temette di domandare ai Suoi Apostoli: «Volete andare via anche voi?  Sono anni che questa realtà si protrae, ma non c’è chi voglia trarre lezione. Eppure sarebbe ora: venti anni di malgoverno hanno indotto la Chiesa di Dio, Una e Santa, in balia di qualsiasi ciarlatano o mestatore,  in veste di Sacerdote. Non è questo il vento del demonio? non è questa l’autodemolizione della Chiesa lamentata da Paolo VI? E, di fronte a sì imponente disastro, dovremmo credere che la Chiesa è così impotente da non poter rendere inoffensivo chi offusca lo splendore della Verità affidatale.
La Chiesa non è impotente, sono i suoi nemici interni che la vogliono e la rendono tale.

La Chiesa è Santa, ma gli uomini della Chiesa non tutti corrispondono alla chiamata alla santità. E, come ieri, in un eccessivo e infondato rigore, si è perseguitato i Santi  - ultimo, Padre Pio da Pietrelcina -  così oggi, passando ad un permissivismo senza freni, si lascia che l’inimicus homo faccia impunemente strage di anime. Né si riflette che spegnere o lasciare spegnere la luce della Verità significa uccidere le anime e l’uccisione di un’anima è delitto molto più grave dell’ uccisione fisica, e grida perciò una maggior vendetta al cospetto di Dio.
Ma, ammesso pure, e non concesso, che la Segreteria di Stato non abbia altra arma che inefficaci moniti contro i professori eretici e la stampa pseudocattolica, perché mai L’Osservatore Romano accetta e pubblica articoli di  professori e scrittori modernisti? Perché la Radio Vaticana lascia ogni giorno di più a desiderare, particolarmente nelle trasmissioni in lingua italiana e francese? Questi organi di informazione « cattolica » dipendono direttamente dalla Segreteria di Stato. Come si spiega il loro progressivo scadimento dalla purezza della Fede?

5) Se « si sì no no » ha dei motivi di lamentela li segnali privatamente

Per ultima, l’amena proposta di segnalare privatamente (nascostamente) le deficienze che si riscontrano. A quale scopo è difficile capirlo, dal momento che è stata professata l’impotenza di chi dovrebbe provvedere. A suo tempo abbiamo riferito a chi di dovere molte cose di estrema gravità: senza alcun risultato. Non vorremmo essere costretti a pubblicarle. Né siamo stati gli unici a fornire inutilmente segnalazioni dirette e in forma privata.

* * *

Dopo quanto ci è stato riferito, ci domandiamo se, per certi vertici di Chiesa, nella chiesa postconciliare esista la più ampia libertà di opinione e di parola solo per chi propugna l’errore, ma non per chi all’errore si oppone; ci domandiamo se, per certi ecclesiastici difendere la Chiesa, in questi tristi tempi, sia reato.
Infatti, mentre i rei sono di fatto protetti, quando non sono promossi, chi si oppone loro, in difesa della Verità, è invitato a tacere: segno palese ed evidente di ogni cattivo governo.

Se certi uomini della Chiesa desiderassero sinceramente rimediare ai mali che l’affliggono e realmente non avessero le armi per farlo,  dovrebbero essere almeno contenti della battaglia che sì sì no no conduce, poiché si addossa l’onere di chi ne avrebbe ben più stretto dovere. Essi, invece,  cercano di soffocare la voce del nostro periodico e questo rivela il loro vero animo: non servono gl’interessi di Dio e delle anime, ma quello di singole persone le persone.


Riteniamo dunque l’avviso dato un ulteriore tentativo di intimidazione e ribadiamo, per chi ancora non l’ avesse capito, che né il nostro Direttore né altri si sono fatti preti per assistere impassibili alla negazione della Divinità di Cristo, del valore sacrificale della sua Morte (3) e delle altre fondamentali verità di Fede, né per assistere, imperturbati, al danno di tante anime. Identico stato d’animo è in tanti sinceri cattolici.

È dovere dei Ministri di Dio e dei buoni fedeli reagire e nessuno giammai impedirà al nostro Direttore e agli altri di compiere tale dovere pubblicando quanto si pubblica in difesa della Verità. Se, poi, coloro che hanno autorità e responsabilità non provvedono, se la vedranno, a suo tempo, loro e Cristo. Per rendere più efficace l’intimidazione si vorrebbe,  tra l’altro, far intendere che il Papa desidera che cessi la pubblicazione di sì sì no no; pur affermando che la Segreteria di Stato non ha mai trasmesso a Sua Santità il nostro periodico. Ma, se Sua Santità non conosce sì sì no no, come è possibile che desideri che non si stampi? Oppure dobbiamo supporre un maligno e mendace in formatore? Ciò non è improbabile, poiché veritas odium parit e, se così è, lo renderemo noto.

Inoltre, com’è evidente ad ogni fedele munito di raziocinio, il Papa non può volere che il bene della Chiesa e delle anime, né può chiedere ad alcuno di non compiere il proprio dovere di sacerdote o di cattolico.

sì sì no no è nato perché si constatava l’indifferenza delle autorità di fronte allo sfacelo ecclesiale nel quale si precipitava sempre più. Infatti i protoguastatori della Fede, i vari Rahner, Schillebeeck, Congar, Haing ecc. ... sono tutti ancora in auge, anzi sono citati da L’Osservatore Romano e dalla Radio Vaticana quali luminai della  Teologia e i loro piccoli e grandi ripetitori pullulano ovunque nella Chiesa. Se le autorità responsabili avessero preso i doverosi provvedimenti , in difesa dell’ortodossia, sì sì no no non avrebbe avuto motivo di iniziare le sue pubblicazioni. Inizino, dunque,  le autorità a compiere il proprio dovere e il nostro periodico non avrà più motivo di essere nell’impostazione attuale.

Sempre,  nella storia della Chiesa, quando l’ autorità è entrata in letargo, provocando una decadenza, c’è stato chi l’ha pungolata. Purtroppo oggi, non solo non si compie il proprio dovere, ma si pretenderebbe che neanche gli altri lo compiano.

Riteniamo, dunque,  l’accenno al la persona del S. Padre una mera strumentalizzazione che nasconde la prepotenza e la scaltrezza dei vari Garrone e Poletti. Né questo ci meraviglia in una Segreteria di Stato che, in passato, abbiamo dimostrato filo-modernista e più volte di sobbediente alle direttive del Papa (4).

Per questo nostro fondato sospetto, nonché per tutte le incongruenze e contraddizioni rilevate (e non sono poche!), riteniamo di dover considerare quanto ci è stato riferito come non riferito.


Se certi uomini della Chiesa hanno qualcosa da eccepire su « sì sì no no »,  come noi scrivano, motivando e documentando le loro obiezioni : verba volant scripta manent.

Dopo tutto ciò,  concludiamo che Sua Ecc.za Rev.ma Mons. Caprio è ancora un novellino nella Segreteria di Stato e la sua diplomazia è vanificata dalle mene anti-Chiesa che fervono in Vaticano: non se ne rende conto.

Non c’è via di uscita: se si vuol far pulizia è necessario agire alla maniera di Gregorio VII. Se gli uomini della Chiesa non ci vorranno pensare, ci penserà il Signore più presto di quel che si creda.

sì sì no no   

(1) cfr. sì sì no no: L’Autorità in letargo a. IV, n. 7/8, pag. 3.
(2) cfr. sì sì no no: L’ultima garronata a. IV, n. 10, pag. 2.
(3) Il valore sacrificale della morte di Gesù fu negato su L’ Osservatore Romano del Venerdì Santo 1977 (pure nell’edizione in lingua francese) anche da Jean Rezette, professore dell’Antonianum; dopo di che fu promosso - nientemeno! - Consultore della S. Congregazione per la Dottrina della Fede, grazie ai buoni uffici di Villot e Garrone (cfr. sì sì no no: Armonie teologiche a. III n. 4, p. 3).
(4) cfr. sì sì no no: Un’inchiesta: cosa non funziona in alto? a. III, n. 9, pag. 1; Un falso della Segreteria di Stato a. III, n. 12, pag. 2; Modernismo in atto: la Segreteria di Stato e L’Osservatore Romano a. III, n. 12, pag. 1; Modernismo: la Segreteria di Stato allo scoperto! a. IV, n. 1, pag 3 ss.; La Segreteria di Stato non si smentisce a. IV, n. 2, pag. 3; Assurdità, a. IV, n. 3, pag. 1; La parabola della Pro Civitate Christiana a. IV,  n. 5. pag. 6.

***
Tratto da Sì Sì No No: Maggio 1979  "Omnia Vetera" Anno V N°5 p.3 pdf


Valerio Volpini direttore dell'Osservatore Romano
Nell’articolo Padre Rotondi, Così femministicamente (cfr. sì sì nono, a.  IV, n. 11, p. 8), riportammo quanto si legge in una sentenza del Tribunale di Salerno: «Per replicare alle tesi che qualcuno espone in pubblico si possono adoperare due metodi: o si combatte correttamente quella persona sul piano della tesi, oppure, quando si è convinti che tale battaglia non può essere portata avanti efficacemente, si sceglie il metodo del linciaggio morale di quella persona, di modo che si finisce con l’ inferire un duro colpo alla tesi che va diffondendo in pubblico».

Nell’ultimo numero del nostro periodico (aprile 1979), sotto il titolo Nova et Vetera, abbiamo dimostrato con logiche argomentazioni la incoerenza di quanto ci è stato riferito da parte della Segreteria di Stato. L’Osservatore Romano di domenica 22 aprile a p. 2 pubblica un articolo a firma (v.v.),  cioè Valerio Volpini, Direttore de L’Osservatore Romano,  intitolato Il seminatore di zizzania, che pretenderebbe di essere una replica al nostro scritto.

Il linciaggio

Nell’articolo Valerio Volpini ci qualifica «affetti da turbe ossessive nei riguardi della Gerarchia della Chiesa» ci accusa di «penoso e misero anonimato» definisce i nostri articoli «lettere anonime, fitte di insinuazioni e accuse, di mezze-verità, di affermazioni fondate sui “si dice” e sui “si pensa”», chiama il nostro periodico «mortificante pettegolezzaio» [!!] e «fogliaccio» ci accusa di essere al «basso giuoco del ricatto» e di «coinvolgere altri nella bassezza», di mancare di quella «dignità che si deve alla propria parola», di non avere «il coraggio morale (e men che meno cristiano) di testimoniare lealtà a se stessi», afferma che nell’ articolo Nova et Vetera «si condensa il peggio del foglio; l’arroganza sembra faccia perdere sin l’ultima briciola di buon senso e di pudore [!!] così che restano tristemente scoperte le loro pretestuose ragioni [quali?]». Tralasciamo il resto, perché ci toccherebbe trascrivere l’ intero articolo. In più, a detta di Volpini, il nostro Direttore sarebbe un «clericus vagus... approdato a Roma».

Tutte affermazioni gravi, com’è evidente. Peccato, però, che Volpini non ne abbia dimostrato nemmeno una! Siamo alle solite ingiurie, alle solite illazioni, al solito sistema del linciaggio di un certo giornalismo, più volte riprovato nelle allocuzioni pontificie e prediletto dai modernisti nonché da tutti i seguaci dell’ anti-Chiesa: segno evidente che non sono in grado di controbattere con argomentazioni ciò che pur vorrebbero demolire. Per il rispetto dovuto ai lettori e per semplice convenienza, chi scrive su un giornale non dovrebbe ritenere il pubblico cui si rivolge una accolta di allocchi, che mette giù a bocca aperta una serie di insulti e di controaffermazioni gratuite. Tanto più quando si tratta del Direttore de L’ Osservatore Romano; giornale che, per il solo fatto di riportare le parole del Santo Padre  dovrebbe essere di esempio, almeno di correttezza e di esimio culto della Verità, Ora il lettore attento,  non trovando nello scritto di v.v.  un solo dato che suffraghi le sue negazioni o affermazioni,  cercherà di sentire l’altra campana. Quale giudizio dovrà  formulare sul  quotidiano un tempo così autorevole ed ora ridotto dal suo Direttore al livello di un foglio denigratore?

Puntualizzazione

Premesso ciò, nulla ci sarebbe da rispondere a una replica così incredibilmente vacua e a chi è uscito così evidentemente dai termini della sana polemica giornalistica. Tanto più che nel nostro articolo Nova et Vetera, dopo aver tutto argomentato, abbiamo scritto: «se certi uomini della Chiesa [o chi per essi] hanno qualcosa da eccepire su sì sì no no scrivano come noi, motivando e documentando le loro obiezioni». E Volpini non ha motivato e documentato alcunché.
Anzi, dopo l’articolo di Volpini, si rendono opportune almeno tre messe a punto.
A) Noi abbiamo scritto: «Né questo [la strumentalizzazione del nome del S. Padre] ci meraviglia in una Segreteria di Stato che, in passato, abbiamo dimostrato filomodernista».
Volpini, con un piccolo spostamento di parole, scrive: «si pretende di aver dimostrato che in passato la Segreteria di Stato era di tendenza filomodernista». Eh, no! Noi lo abbiamo dimostrato «in passato» ma la Segreteria di Stato è di tendenza filomodernista anche al presente. Infatti vorrebbe che chi combatte il modernismo, «somma di tutte le eresie»,  tacesse.
B) E’ stata la Segreteria di Stato ad asserire che la Chiesa nulla può contro i demolitori interni della ortodossia  (« per i professori eretici non ci sono le carceri si può solo dire loro che non scrivano. La stessa cosa è per «Famiglia Cristiana ») e noi abbiamo contestato l’asserita impotenza. Ma Volpini scrive che siamo stati noi ad affermare che «attualmente i vertici della Curia sono impotenti ». Eh, no! questo è cambiare le carte in tavola. O Volpini ha capito fischi per fiaschi o vuol far intendere di non aver capito quello che ha capito benissimo.
C) E’ singolare l’esegesi di Volpini, secondo la quale il «sì sì no no» evangelico «significa lealtà, semplicità, schiettezza, coraggio interiore [!!]». Ora, sia che quell’interiore si riferisca a tutti i sostantivi che lo precedono, sia che si riferisca al solo «coraggio» è evidente che Mt. 5,37: «Il vostro parlare [nel nostro caso: scrivere] sia "sì sì no no"» è un invito al coraggio esteriore, cioè a manifestare esternamente l’ interiore adesione alla Verità.
Avevamo sempre sentito dire che Volpini è affatto digiuno di discipline ecclesiastiche, nonché di filosofa, ma non pensavamo che fosse a questo livello, in nozioni così elementari.

Repetita juvant

Vogliamo, inoltre, precisare alcune cose, in particolare per quei lettori che non avessero potuto seguire le passate polemiche, chiedendo scusa agli altri per le eventuali ipetizioni.

1) Per quanto riguarda l’accusa di anonimato fa specie che Volpini, giornalista e Direttore de L’Osservatore Romano, non sappia che qualsiasi articolo non firmato o firmato con uno pseudonimo s’intende firmato dal Direttore, come per legge. Fa anche specie che Volpini ignori che la Civiltà Cattolica dalla nascita (1849) a tutto il 1931,  e cioè per 82 anni, ha pubblicato tutti articoli non firmati ed era, per ciò, accusata di anonimato dai suoi nemici liberali, che non avevano altro da replicare alla lineare e argomentata difesa dell’ortodossia.

(Oggi, identico onore tocca a sì sì no no).

Fa ancora più specie che Volpini non sappia distinguere tra l’ anonimato dì sì sì no no, indipendente dal contenuto di qualsiasi articolo  infatti è abituale  e l’ anonimato di comodo, a cui abbastanza spesso ricorre anche L’Osservatore Romano, solo per certi articoli. Sembrerebbe che Volpini non abbia ancora compreso che la Verità ha valore in se stessa e non ha bisogno di firme che la convalidino (così come l’aveva compreso La Civiltà Cattolica). Questo significa il passo tratto dal Cap. V, libro I, dell’Imitazione di Cristo: «Non ti far caso dell’autorità dello scrittore... ma il solo amore della verità t’inviti a leggere. Non voler saper chi l’ha detto: ma poni mente a ciò che è detto». Questa ultima parte figura nella testata del nostro periodico per esprimere il principio che motiva l’assenza delle firme. E, per restare fedeli a quel principio, abbiamo rinunciato a valenti collaboratori che esigevano di firmare i loro articoli. Chi scrive su sì sì no no non solo non è retibuito, ma non raccoglie neppure la soddisfazione di vedere la firma in calce ai propri articoli: scrive per puro amore di Dio, della Verità e della Chiesa. Ma non vogliamo tediare oltre i lettori che da anni ci seguono e perciò li inviamo a quanto scritto in passato sul nostro periodico in particolare in Farisei a. IV, n. 1, p. 1; I veri vili, a. IV, n. 2, p. 7; Malafede! a. IV, n. 3, p. 1.

2) E’ facile e comodo per Volpini asserire che i nostri articoli sono «fitti di insinuazioni e di accuse, di mezze verità e di afermazioni fondate sui "si dice"  e sui "si pensa’». Bisogna, se vuole credito, che lo dimostri e lo documenti, come noi abbiamo sempre dimostrato e documentato.
Sono anni che invitiamo i nostri detrattori a dimostrare, almeno con argomentazioni logiche, le loro affermazioni e abbiamo offerto, a tal fine, anche le colonne del nostro periodico a chi non ne disponesse di proprie. Invano. Fin ora nessuna confutazione dei nostri articoli ci è pervenuta o è stata mai pubblicata altrove: solo insulti insensati. Sullo stesso binario si è messo Valerio Volpini il quale, pur disponendo di spazio, ha preferito riempirlo di ingiurie gratuitamente elargite. Allorché non si hanno argomenti per replicare, è regola d’ oro tacere.
Quando ci sarà dato che chi si assume o riceve l’incarico di controbattere, entri nel nocciolo delle questioni da noi affrontate, la cui sostanza è di estrema gravità?

3) Volpini ci attribuisce «la stessa frenesia che distingueva L’ Asino di Podrecca» (foglio modernista-anticlericale, particolarmente ostile a Pio X), A onor del vero, dalla frenesia de L’Asino di Podrecca, è sembrato assalito proprio L’ Osservatore Romano in occasione del 70° anniversario della Pascendi. Infatti il 7 settembre 1977, nell’ articolo a firma di un fantomatico Bartolomeo Genero, denigrò la grande e provvidenziale Enciclica contro il modernismo e l’opera antimodernista di San Pio X; dietro ordine della Segreteria di Stato che aveva trasmesso identico testo alla Radio Vaticana (cfr. sì sì no no a. III, n. 12, p. 1; a. IV, n. 1, p. 3 ss.). Ora, se Volpini attribuisce la frenesia de L’ Asino di Podrecca a noi che combattiamo il modernismo e i modernisti, ispirandoci all’opera e al Magistero di San Pio X, che è Magistero ufficiale della Chiesa, vuol dirci come suggeirà alla Segreteria di Stato di deinire la «frenesia» di cui L’ Osservatore Romano ha dato prova, in quell’ occasione, e dà prova tuttora, divulgando tesi moderniste?

4) Volpini afferma che «c’è da dubitare» che a noi «importi davvero qualcosa della Chiesa». A noi basta osservare che, se mettere in evidenza i mali della Chiesa per ottenere una correzione di rotta è anticlericalismo, troppi Santi,  nella storia della Chiesa, sono stati anticlericali. E ancor più lo è stata, nei tempi più recenti, la Madonna a La Salette.
In un’epoca di decadenza, quale l’attuale, il vero amore alla Chiesa non si concretizza nell’ esibizione indiscriminata di ossequio alla persona dei singoli ecclesiastici, bensì nel rimproverare agli ecclesiastici indegni, senza riguardo di persona, l’infedeltà al loro Ministero, che è quello di essere luce e sale del mondo.
Questo è rendere servizio alla Chiesa; diversamente, coscienti o no, si e servitori di uomini e non della Verità.

5) Volpini ci accusa di mancare alla carità perché «è ..  evangelico e caritatevole rivolgersi alla legittima Autorità della Chiesa... e non mettersi a stracciare le vesti e fare schiamazzo per propagandare [i mali della Chiesa]».

Dal gennaio 1975, ogni numero di sì sì no no ha avuto come scopo primario di risvegliare la legittima Autorità dal suo letargo, poiché c’erano state inutilmente (e ci sono state ancora dopo) segnalazioni private e, per molti, ad esempio per il Card. Poletti, moniti personali prima della pubblica denuncia. Ma dei nostri (o altrui) avvisi, prima privati e poi pubblici, i singoli e le Autorità non si sono dati alcun pensiero. Un ecclesiastico che nega un dogma di Fede divina e cattolica, abbracciando eresie già condannate dal Magistero, sa bene quello che fa: non è un laico che può essere ingannato dalla propria ignoranza teologica e dalla malafede altrui. Perciò un ecclesiastico non sarebbe nemmeno da avvertire, perché è inutile, come l’esperienza ci ha dimostrato. Del resto, quali effetti potevano conseguire richiami privati, se la pubblica e documentata denuncia degli errori non è riuscita a dissuadere i vari «guastatori » dalla sistematica demolizione del dogma cattolico? Quale effetto potevano mai conseguire segnalazioni private alla legittima Autorità, se la denuncia pubblica e documentata dell’ eresia non è riuscita a scuotere l’Autorità dal suo letargo? (Eppure, sono ormai ben quasi cinque anni che il nostro periodico assolve il proprio dovere di mensile cattolico antimodernista, smascherando l’errore, i suoi propagatori e i loro protettori). Anzi, recentemente, come riferito in Nova et Vetera, l’ Autorità ha perfino dichiarato di nulla potere contro i nemici, ben noti, dell’ ortodossia.

I nemici interni della Chiesa diffondono le loro tesi ereticali e sovversive, con ogni mezzo di comunicazione, nelle omelie, nei pubblici convegni, nei pubblici dibattiti e dalle cattedre delle Università ecclesiastiche. Perché mai di errori così pubblici e pubblicizzati si vorrebbe la segnalazione privata? Si vuole coprire l’eresia? Si vuole coprire l’eretico? A mali estremi, estremi rimedi: allo stato dei fatti, è autentica carità rivolgersi direttamente alle anime  in qualsiasi stato e grado siano  vittime della dolorosa asserita «impotenza» delle Autorità, perché si guardino dai seminatori di eresie.

E’ chiaro poi che ai «macellai del gregge» dà fastidio che suoni l’allarme e denunci pubblicamente i nomi e le notorie malefatte dei responsabili.
Sono loro che «si stracciano le vesti» e «fanno schiamazzo» perché le loro eresie sono pubblicamente smascherate. E i loro protettori, che hanno dimostrato di non avere nessuna carità né per Dio né per le anime, invocano la «carità» come un comodo paravento dei propri e altrui errori (cfr. Falsa carità, sì sì no no, a. II, n. 9, p. 1). Tutto ciò lo abbiamo già chiarito in Nova et Vetera. Vuol dirci Volpini con quale logica ci accusa di mancare di carità e ritorna a suggerci il ricorso (segreto, s’intende) alla legittima Autorità?

6) Secondo Volpini noi ci saremmo messi a «lanciare anatemi, interdetti, scomuniche» Si documenti. Gli anatemi e le scomuniche contro il modernismo, i modernisti e i loro protettori le ha già lanciate a suo tempo  e sono tuttora in vigore  San Pio X (cfr. Lamentabili, Pascendi, Motu Proprio del 18 novembre 1907 e il Decreto del S. Uffizio in data 28 agosto 1907, che ordina di rimuovere i professori infetti di modernismo e vieta di ordinare i chierici imbevuti dei «moderni errori»). Noi non facciamo che tirare le logiche conseguenze di ciò che San Pio X ha scritto nel suo Magistero e stabilito nella sua Autorità. Per sostenere che abbiamo calunniato, sbagliato o esagerato, allorché abbiamo affermato che certi ecclesiastici sono incorsi nelle censure comminate da San Pio X e mai brogate, Valerio Volpini deve, se vuole che la sua presunta replica abbia un valore, dimostrare che tali ecclesiastici non hanno mai dato prova di essere modernisti o protettori di modernisti; cosa che noi, invece, abbiamo ampiamente dimostrato e documentato.

7) Per quanto riguarda il sostegno materiale e morale che ci perviene, Volpini è ben padrone di non crederci e di esortare gli altri a non crederci. Ma non può negarlo sic et simpliciter con l’ingiuriosa accusa di «coinvolgere altri nella bassezza»: bassezza sarebbe aiutare la diffusione della nostra pubblicazione: questo significa insultare anche gli abbonati-sostenitori di sì sì no no.

8) Infine, Valerio Volpini, dalle colonne de L’Osservatore Romano, propone di ribattezzare il nostro periodico: Il seminatore di zizzania. Ci sarebbe da ridere, se il ridicolo non nascesse da una dolorosa realtà. E’ da tempo che L’Osservatore Romano, organo ufficioso della S. Sede, semina zizzania nel campo di Dio, facendosi portavoce della Chiesa e dell’antiChiesa, col pubblicare, accanto ai discorsi del S. Padre,  articoli di divulgazione modernista.  E’ da tempo che noi ne abbiamo segnalato il progressivo scadimento dalla purezza della Fede. Non sono calunnie. E’ tutto documentato su sì sì no no.  E se, al riguardo, egli è del tutto incompetente, si rivolga a chi può illuminarlo.

Conclusione

Noi non avremmo avuto da ridire se Valerio Volpini, dopo aver dimostrato che la Verità è stata da noi offesa, avesse attaccato per ciò il nostro periodico, il Direttore e i suoi redattori.
Noi avremmo riconosciuto la coerenza del suo agire e avremmo dato atto del suo amore alla Verità. Invece, Volpini nulla ha potuto replicare, nulla ha potuto smentire, nulla ha potuto dimostrare e tuttavia si è scagliato contro il nostro periodico, il Direttore, i suoi collaboratori e i suoi abbonati-sostenitori con insulti, insinuazioni e ingiurie, anche personali; il che nulla ha a che vedere con l’amore per la Verità.
Il Sig. Volpini, pertanto, è invitato a specificare su quali testi da noi pubblicati, dopo che egli ha assunto l’incarico di Direttore del quotidiano vaticano, ha fondato ogni singolo insulto a noi rivolto nell’ articolo pubblicato a pag. 2 de L’Osservatore Romano di domenica 22 aprile. Tale precisazione è attesa entro un mese, periodo più che sufficiente, perché Volpini già saprà quali articoli pubblicati da sì sì no no ha ritenuto meritevoli non di confutazione, ma di insulto, anche se abbiamo tutto documentato. In caso contrario, come si addice ad ogni persona perbene, e alle buone norme giornalistiche, faccia le dovute scuse, nella stessa seconda pagina de L’Osservatore Romano

CONCLUSIONE DELLA QUERELA PUTTI  VOLPINI


Tratto da Sì Sì No No: Giugno 1981 Anno VII N°11 p. 6 pdf
 
Antefatti

Li ricordiamo brevemente.

22 aprile 1979: L’Osservatore Romano, in seconda pagina, pubblica l’arlicolo Il Seminatore di zizzania a firma (v. v.), offensivo, ingiusto, irrazionale, infondato attacco contro sì sì no no e il suo Direttore. Vorrebbe essere una replica al sereno, logico, obiettivo articolo nova et Vetera pubblicato dal nostro periodico nello stesso apile 1979.

29 giugno 1979: Don Francesco Putti sporge querela per diffamazione a mezzo stampa contro Valerio Volpini. Direttore dell’organo vaticani), inutilmente invitato a fare le debite scuse (cfr. sì sì no no a. V, n. 5, pp. 3 s.).

5 maggio 1980: prima udienza presso la Seconda Sezione dei Tribunale di Roma: il difensore di Volpini, avv. Roberto Rampioni, si premura di far chiamare per prima la causa Putti-Volpini, benché nell’albo sia indicata per tredicesima e benché la controparte (che dovrebbe essere interrogata) non sia ancora in Tribunale. Il difensore di Volpini chiede i termini a difesa. La causa è inviata a data fissa, 15 ottobre 1980, e non a nuovo ruolo, come di prammatica. Questo singolare procedimento impedisce la regolare costituzione di parte civile a don Putti, che, giunto a causa conclusa, si costituisce immediatamente parte civile presso la Cancelleria del Tibunale.

13 maggio 1980: a seguito dell’udienza del 5 maggio, don Francesco Putti invia al Consiglio Superiore e ad altri organi della Magistratura un esposto, chiedendo che sia aperta un’inchiesta «sul reale svolgimento dei fatti.,  e sulle motivazioni che lo hanno determinato», affinché siano assicurate al processo «la dovuta obiettività e serenità». Tra l’altro, la notifica dell’udienza del 5 maggio non è stata fatta presso il domicilio eletto dal querelante, il quale, perciò, non avvertito tempestivamente, è giunto leggermente in ritardo rispetto all’inizio delle udienze, ma sempre in tempo, se la sua causa non fosse stata chiamata in anticipo e conclusa così precipitosamente. A seguito dell’esposto, i giudici della Corte saranno sottoposti a procedimento (tuttora in corso) presso la Procura di Orvieto.

15 ottobre 1980: seconda udienza, sempre presso la seconda Sezione del Tribunale penale di Roma: la causa è inviata al 14 gennaio 1981 per «diversa composizione del Collegio giudicante».

14 gennaio 1981: terza udienza presso la medesima Sezione del Tibunale penale di Roma: l’ avv. Coppi, nuovo difensore di Valerio Volpini, chiede il invio della causa per poter tentare un bonario componimento. La causa è inviata al 25 marzo 1981. Ma,  nell’intervallo, come previsto, nessuno si fa vivo per intavolare trattative.

25 marzo 1981: quarta udienza: medesima Sezione, medesima Corte,  ancora un nuovo difensore per Valerio Volpini: l’avv. Melandi. I giudici rinunciano a giudicare la causa, perché sottoposti per la medesima ad atti istruttori, a seguito dell’ esposto di don Putti in data 13 maggio 1980. (Da notare che i medesimi giudici ne erano già al corrente nella terza udienza del 14 gennaio, ma, allora, non hanno ritenuto di dover declinare il loro incaico). Queste le laboiose tappe di un processo che la legge vuole «per direttissima».

Ultima udienza

1 giugno 1981: la causa Putti-Volpini è assegnata alla Terza Sezione del Tribunale penale di Roma. La Corte è composta dal dott Volpari, presidente, dal dott. Fenili e dal dott. Vecchiarelli. Sono assenti Valerio Volpini e il suo patrono. L ‘ imputato è difeso d’ufficio dall’avv. De Santis, che, in ottemperanza al proprio dovere, afferma che l’ articolo incriminato, pubblicato su L’Osservatore Romano del 22 aprile 1979, non debba ritenersi diffamatorio. Il Presidente della Corte contesta a don Putti la validità della sua costituzione di parte civile, perché non avvenuta nel corso della prima udienza,  come da disposizione di legge.

Don Putti spiega i motivi che gli hanno impedito di usufruire di tale suo diritto.

La Corte, tuttavia, ritiene nulla la costituzione di parte civile depositata presso la Cancelleria del Tribunale e la causa prosegue d’ufficio sulla base della sola querela presentata. Con ciò vengono esclusi eventuali nuovi interventi del querelante e del suo patrono, avv. Mario Eichberg.

Prende la parola il Pubblico Ministero, che ravvisa nell’ articolo incriminato gli estremi del reato di diffamazione a mezzo stampa. La Corte si ritira per decidere e resta in Camera di Consiglio ben 25 minuti. Infine la sentenza: Valerio Volpini è ritenuto colpevole del reato di diffamazione generica a mezzo stampa,  è condannato ad un’ammenda di L. 200 mila, con le attenuanti generiche e il beneficio della condizionale (essendo incensurato), alla pubblicazione dell’estratto della sentenza su L’Osservatore Romano, il medesimo giornale che ospitò l’ articolo incriminato, e alle spese di giudizio.

Considerazione

Dopo 121 anni di vita, per la prima volta L’Osservatore Romano è stato condannato da un Tribunale a pubblicare l’estratto di una sentenza che condanna il suo direttore per diffamazione a mezzo stampa. Nella persona del direttore dell’organo vaticano la condanna va alla Segreteria di Stato di Sua Santità, che, nella sua svolta modernista, é giunta a perdere fin le apparenze di un comportamento corretto, non solo sotto il punto di vista religioso e morale, ma anche sotto il punto di vista civile.

Ciò è apparso evidente anche nel corso del processo dal comportamento, tutt’altro che lineare, dei «superconsigliei» di Valerio Volpini.
FRANCISCUS



Tratto da Sì Sì No No: Luglio 1981 Anno VII N°13 p. 5 pdf

MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA A CARICO DI VOLPINI SENTENZA

In merito all’odierno pubblico e orale dibattimento, il Tribunale rileva che dalle risultanze processuali è emersa, chiara e sicura, la prova della penale responsabilità dell’imputato Valerio Volpini,  in ordine al reato ascrittogli, esclusa l’ aggravante di cui all’art 13 della legge 8/2/1948 n. 47. E’ infatti certo che l’ autore dell’ articolo recante il titolo «Il seminatore di zizzania», apparso sul numero del 22 aprile 1979 de L’Osservatore Romano, autore che si identifica pacificamente con l’odierno imputato del quale la firma reca le iniziali, e che riveste la qualità di direttore responsabile, offenda con il detto scritto la reputazione della persona offesa Putti Francesco.

Non c’è dubbio infatti che il Volpini, nel contesto del suo articolo, abbia travalicati i limiti di quello che è il legittimo  diritto di critica, il quale può consistere in una valutazione anche severa delle idee dell’avversario, ma contesta il contenuto esclusivamente sul piano della valutazione intellettiva, senza trasmodare mai su quello dell’aggressione scritta, immotivata e animosa, esercitata soltanto per ferire la reputazione altrui. Ora non è dubbio che nell’articolo «de quo» vi fu la sicura presenza di tal genere di siffatti attacchi immotivati e ispirati a mera animosità. Emblematica a riguardo è l’espressione «volenti o meno, consapevoli o no, sono al basso gioco del ricatto, senza neppure peritarsi di coinvolgere altri nella bassezza». Orbene tale frase, dotata di forte efficacia offensiva, appare scritta in risposta ad un brano del giornale antagonista sì sì no no (aprile 1979 pag. 1), nel quale, dopo aver precisato che i fatti rifeiti sono stati segnalati e documentati da «stimati ecclesiastici», e che quanto documentato è già di pubblico dominio, si prosegue affermando che viene pubblicata la minima parte delle notizie possedute, che è pressoché nulla rispetto alla effettiva entità dei malie ecclesiali. Tale impostazione del giornale antagonista appare sufficientemente corretta e nulla affatto ricattatoria, donde la offensiva gratuità delle pesanti frasi rivolte dall’odierno imputato all’autore dell’articolo, accusato di prestarsi al basso gioco del ricatto, senza nemmeno farsi scrupolo di coinvolgere altri nella bassezza.
E’ chiaro quindi, per le ragioni esposte, che risulta violato dall’imputato il disposto dell’ art 595 C. P. I e II capoverso.
Deve invece escludersi l’aggravante di cui all’art 13 della legge 8/2/1948 n. 47, in quanto non è un fatto determinato quello che viene attribuito alla persona offesa, alla quale si attribuisce soltanto una generica disponibilità a partecipare a  un basso gioco di ricatti.
Il Volpini deve pertanto essere con dannato, pur concedendosi allo stesso, in quanto incensurato, le attenuanti generiche, equivalenti alla rimanente aggravante (art. 595 II cpv. C. P.). Si ritiene pertanto equo, valutati i criteri di cui all’ art 133 c. p., condannarlo al pagamento della pena di lire duecentomila di multa, oltre al pagamento delle spese processuali. Non ostandovi precedenti penali, si ritiene opportuno concedere al Volpini la sospensione condizionale della pena. Ai sensi dell’ art 9 della legge 8/2/1948 n. 47, si ordina la pubblicazione per una sola volta e per estratto della presente sentenza sul quotidiano L’Osservatore Romano. 

P. Q. M.

Il Tribunale, visti gli artt 483, 488 c. p. dichiara VOLPINI VALERIO colpevole del reato ascrittogli, esclusa l’aggravante di cui all’ art 13 della legge 8/2/1948 n. 47, e concesse le attenuanti generiche equivalenti all’ altra aggravante contestata, lo condanna alla pena di L. 200.000 di multa, oltre al pagamento delle spese processuali. Pena sospesa. Visto l’art 9 della legge n. 47/48 ordina la pubblicazione per una sola volta e per estratto della presente sentenza sul quotidiano L’Osservatore Romano.
F. to Volpari

Depositata in cancelleria il 24 giugno 1981.