L'ORATE FRATES, Paolo VI e le BALLE di Kiko


A riguardo dell' «Orate fratres», nel testo "Orientamenti" catechesi sull'Eucaristia cfr. OR-Conv-285-335 pag. 328 che è bene venga letta si dice (solo il grassetto è nostro):

«L'Orate fratres è l’esempio maggiore di tutte quelle preghiere che furono introdotte nella messa di tipo individuale, penitenziale e sacrificale. Riassume tutte le idee medioevali della messa: Pregate fratelli, perché questo sacrificio "mio" e "vostro" sia gradito…..; la risposta era ancora peggiore: il Signore riceva dalle "tue" mani questo sacrificio….. . Ma quando tutto era in latino e nessuno interveniva, l'orate fratres era il momento in cui la gente partecipava di più. La riforma voleva tagliarlo perché è un'aggiunta con molte deformazioni. Fecero una catechesi speciale a Paolo VI per spiegargli che bisognava toglierlo; Paolo VI fu convinto di questo, ma disse di non toglierlo per motivi pastorali: toglierlo è una questione delicata, perché lì il popolo aveva cominciato a partecipare e senza una previa catechizzazione non lo si poteva togliere perché avrebbe causato sconcerto nella gente.»
Ma Annibale Bugnini, scrive:

Così disse Paolo VI «Si toglie l'Orate fratres? Non è una bella, antica, appropriata conversazione fra celebrante e assemblea prima di iniziare l'orazione super oblata e la liturgia sacrificale? Sarebbe una gemma perduta»

Anche qui le ragioni sono note, ed erano tali che il Consilium votò nuovamente se conveniva conservare l'orate fratres, con il risultato: 15 contrari alla conservazione, 14 favorevoli, 1 favorevole cambiando alcune espressioni, 1 astenuto. Fu poi conservata.

Annibale Bugnini, La riforma liturgica (1948-1975), CLV, Roma 1997, p. 376.
Inoltre a p. 355, Bugnini spiega le motivazioni della richiesta di eventuale soppressione (nel contesto di una messa già in lingua nazionale), dicendo che le traduzioni erano carenti e la gente non partecipava (non sapendole, a differenza di quella latina), filologicamente è un dialogo giustapposto al dialogo del prefazio, la preghiera dei fedeli riprende concettualmente lo stesso schema e la fa diventare un doppione, ipotetica difficoltà della giustapposizione "mio e vostro", come se fossero due sacrifici distinti. A favore afferma invece che è molto gradita dal popolo, che è l'espressione della partecipazione all'offerta del sacrificio.

Bugnini dice che sono argomenti a favore per mantenerla, ciò che Kiko dice siano argomenti contrari. In realtà la preoccupazione di Bugnini è più filologica e strutturale che non teologica.

Quello che parla in corsivo, nella citazione, è Paolo VI, in una comunicazione (conservata) al Consilium in cui spiega perchè tenere l'orate fratres.

Secondo Kiko, Paolo VI era convinto della necessità di togliere la preghiera. In realtà è convinto della necessità di tenerla.

Kiko attribuisce a Paolo VI, quelle che sono le sue perplessità, in modo da convincere il proprio uditorio. E' la pietosa bugia, o bugia a fin di bene (!?).

Kiko è solito raccontare bugie, se queste possono servire ad una qualche finalità, a convertire la gente, a fare del bene (secondo lui). Ad esempio, per insegnare alla gente che la messa non è un sacrificio, basta dire che è Paolo VI che vuole così, ma poi non ha potuto farlo. In realtà le testimonianze storiche, smentiscono Kiko. E' a Kiko che non piace il sacrificio, ma siccome secondo lui è essenziale che non piaccia a nessuno, occorre obtorto collo mentire.

Questo perchè secondo Kiko il concilio di Trento ha introdotto il concetto di sacrificio, che c'è dall'Ultima Cena. La cena pasquale ebraica, in cui si consumava l'agnello, era nella teologia giudaica considerata sacrificale. Questo perchè è un rito precedente al 1000 a.C. e alla templarizzazione del culto ebraico successiva a Davide e Salomone.

Non esistendo un altare e non esistendo un tempio, il culto sacrificale pre-templare della religione ebraica era modellato sul tema dell'alleanza/redenzione dell'esodo, e avveniva nella cena pasquale. In particolare, era usanza che il capofamiglia con un suo aiutante, uccidesse l'agnello nel tempio -dopo la sua costruzione- offrendone il sangue ai sacerdoti per l'aspersione rituale, che avveniva utilizzando calici in oro ed argento, da parte di due file di sacerdoti che si passavano di mano le serie di calici che intingevano da un grosso tino che veniva riempito del sangue delle migliaia di agnelli sgozzati per la pasqua, in Gerusalemme (cfr. Jeremias Joachim, Gerusalemme al Tempo di Gesù, 2000, EDB, con la sua abbondantissima bibliografia) .

Infatti dopo la costruzione del tempio, si stabilì che solo Gerusalemme era la città per il culto e il sacrificio. I preti facevano due file lungo la scala che saliva sull'altare, e versavano il sangue, ossia l'anima, la vita, sull'altare per offrirlo a Dio. Tuttavia questo non era considerato il sacrificio, ma l'offerta e la preparazione del sacrificio. L'agnello dissanguato e scuoiato, veniva portato a casa, dove era arrostito. Secondo la prescrizione rabbinica, il sacrificio era compiuto mangiando la carne del corpo dell'agnello, in misura di almeno una quantità pari ad una oliva.

Il concetto di famiglia era poi elastico, nel senso che era considerata famiglia una aggregazione di persone legata da qualche tipo di vincolo, ma anche gli ospiti erano considerati famigliari nel rito. Gli apostoli con Gesù sono dunque da considerare una famiglia, e Gesù da considerare l'officiante del sacrificio. Quando Gesù dà agli apostoli il pane da mangiare, affermando che quello è il suo corpo, offerto per loro, ai presenti doveva risultare assolutamente chiara e palese l'identificazione di Gesù con l'agnello della medesima cena, la cui manducazione del corpo era considerata il vero sacrificio.

Gli apostoli quindi consideravano l'ultima cena come sacrificale, per analogia alla cena dell'agnello, avendo però traslato l'agnello con Gesù stesso. A fugare ogni dubbio, era poi la formula usata da Gesù per il vino, indicandolo come "calice" del "sangue versato", e quindi riassumendo entrambi gli elementi del sacrificio ebraico mosaico dell'agnello: e per di più in espiazione: il nuovo kippùr, che non ha più bisogno di essere ripetuto, ma che oggi e fino alla fine dei tempi viene ripresentato al Padre ad ogni celebrazione. E' impossibile pensare che secondo la teologia ebraica, quella cena non fosse intesa dai presenti come un vero sacrificio. Lo era anche solo come rito giudaico. Cristo mediante l'analogia e l'identificazione (Questo è il mio corpo ...il mio sangue) identifica se stesso come l'oggetto del sacrificio, e quindi dà origine ad un sacrificio nuovo, perfetto), e il concetto di sacrificio è pagano, ed è la causa ultima, secondo Kiko della ipocrisia religiosa delle persone. 

Quindi, è indispensabile de-sacrificizzare la messa, per ripristinare l'autentica religiosità: questo fine nobile, vale ben qualche balla.

Questo è un atteggiamento usuale di kiko e dei catechisti, quello di mentire a fin di bene. Il fine giustifica i mezzi. Gli amici che lavorano su Osservatorio possono dare tante conferme  di quanto nel cammino sia in uso il senza mentire non si può convertire la gente, che se uno si aspetta di farlo con la teologia, non converte nessuno. Invece appare più sano ingannare le persone, spiegando loro che Abramo smise di amare Dio per amare solo suo figlio e la richiesta di sacrificio era una punizione per questa sua hybris, oppure che l'orate fratres era odiatissimo da Paolo VI.

E' una abitudine pericolosa quella di usare maldestramente la menzogna, per scopi nobili. Si finisce prima o poi con il non distinguere più la menzogna dalla verità. Figlie di queste affermazioni sono tutte quelle serie di affermazioni per cui "il papa ha approvato in segreto la nostra liturgia, ma non può dirlo" che venivano fatte circolare fino all'indomani della lettera di Arinze. E cose di questo tipo.

Il fedele medio (sebbene non sia difficile comprare il libro di Bugnini e leggere direttamente cosa dice) non distingue più facilmente cosa è vero di quello che dice kiko, da ciò che non è vero ma serve per rafforzare la sua predicazione.

Io mi permetto di ritenere che una predicazione che ha bisogno di balle per stare in piedi è una balla anch'essa, e quindi non può che mettere in serio pericolo per la sua anima chi la pratica.