“L’Eucaristia fa la Chiesa” un sussidio della Diocesi di Roma con un capitolo composto dall'Abate Scicolone pieno di errori e pregiudizi sulla Liturgia Romana Tradizionale.




Abbiamo letto con interesse la pubblicazione della Diocesi di Roma “L’Eucaristia fa la Chiesa”, opera dell’Abate Ildebrando Scicolone. Il grande liturgista vuole mettere le sue conoscenze alla portata del pubblico clericale romano con un testo agile e riassuntivo, cosa assolutamente legittima, e che anzi sarebbe il miglior segno di vera scienza. Tuttavia quello che pare illecito è trafficare la realtà storica e dogmatica, non sappiamo se per malafede o semplicemente per una visione distorta che condiziona tutto. Questo studio, per quanto riguarda in particolare il Capito 6 dal titolo “Un po’ di Storia” non fa che screditare, con evidenti imprecisioni storico-liturgiche tutto ciò che è l’impianto Tradizione della Messa di Sempre. Nella Diocesi cui il Vescovo è il Papa Benedetto XVI, che tanto sta facendo affinché i due riti possano “arricchirsi reciprocamente”, ci auguriamo che in una prossima edizione vengano corrette queste grossolane imprecisioni.

Ci proponiamo dunque di annotare con semplicità alcuni passaggi ed idee-guida del testo, specialmente nella sua parte generale (un’analisi dei princìpi lascerà capire a sufficienza cosa pensare delle loro applicazioni).

L’autore non nasconde di vedere la liturgia divisa in tre fasi (vedi c. 6, Un po’ di storia): quella aurea prima di Costantino, quella decadente dopo Costantino (perché la partecipazione del popolo sembra scomparire), e la rinascita dopo il Vaticano II. Addirittura con Costantino “le cose cambiano sostanzialmente”. Evidentemente è questa una visione ideologica assai comune, basata su due fondamentali errori, uno di metodo storico e l’altro di giudizio teologico.

Il primo errore è quello metodologico, o se vogliamo semplicemente storico. L’esaltazione della liturgia dei primi tre secoli è basata su una ricostruzione della medesima piuttosto immaginaria, o forse faziosa. La realtà è che le testimonianze coeve sui riti primitivi sono molto scarse, e volontariamente evasive. Come sapevano bene i liturgisti di un tempo, la legge dell’arcano proibiva di rivelare ai non battezzati ciò che succedeva nei Sacramenti cristiani, con una mentalità simile a quella degli antichi misteri pagani, per evitare appunto che venissero profanati. È ben noto quanto questa mentalità del segreto sacro (il mysterion, nome non a caso usato per i Sacramenti dall’antichità) fosse potente nell’antica società. Ad esempio sappiamo che la prima testimonianza scritta del Canone “romano” si trova nel De Sacramentis di sant’Ambrogio, una catechesi mistagogica post-battesimale: i neo-battezzati, si evince chiaramente dal testo, venivano a scoprire la Messa e i misteri (e le parole del Canone) addirittura dopo il loro battesimo. Come si può dunque usare l’Apologia di san Giustino, scritta per dei pagani in un tempo di persecuzione, come se fosse un’esaustiva descrizione della Messa del II secolo? Quando alla fine del IV, mentre la Chiesa era in pace, ancora era tutelato il segreto sui riti sacri fino a dopo il Battesimo? La descrizione va dunque presa come una semplice descrizione a grandi linee per mostrare che i cristiani non fanno niente di male nelle loro riunioni, non certo come un manuale di rubriche o di teologia liturgica.

Allo stesso tempo si trascurano tutte le scoperte archeologiche, o molti altri testi, che portano invece a disegnare un’immagine del culto pre-costantiniano ben diversa da quella assembleare spesso dipinta dai novatori. Gli edifici di culto pre-costantiniani di Malula, Doura Europos e Qirb Bize, e molti altri primitivi edifici sacri certamente cristiani scoperti in Siria, o in Africa settentrionale, o perfino sul Vallo di Adriano (la cappella di Vindolandia) lasciano vedere sia l’esistenza un luogo separato riservato al Clero, ad immagine dello stesso Sancta Sanctorum dell’antico Tempio, sia una struttura orientata e non “conviviale” del culto;  è evidente che per quanto Costantino abbia dato una svolta all’edilizia ecclesiastica, i “nuovi” edifici del IV secolo devono rispecchiare il culto del tempo delle persecuzioni, perché è impensabile che tutto cambiasse improvvisamente; e sappiamo come le antiche basiliche costantiniane fossero provviste di spazio presbiterale ben separato dal popolo (dalla pergula o altri sacri recinti). Non è qui la sede di un’analisi approfondita: ci basti sottolineare quanto il descrivere la primitiva liturgia solo in base ad alcune fonti possa dare un’immagine assolutamente faziosa, e di come si strumentalizzino informazioni scarse per imprimere un’immagine ideologica del primitivo culto cristiano. Dire tout court che l’Eucaristia era celebrata nelle case, come a indicare che era una riunione conviviale, è sviante: non solo perché, come visto, esistevano specifici edifici o luoghi di culto precostantiniani; non solo per la frequente celebrazione in altri luoghi, come le tombe dei martiri; ma anche perché la stessa celebrazione domestica, per quello che ne sappiamo, non era affatto priva di accortezze rituali: il celebrare nei piani alti, come san Paolo (Act. XX), poiché i sacrifici si offrivano sempre in excelsis; avere una mensa usata solo come altare e portata ovunque si celebrasse, come san Pietro; il celebrare ogni giorno (e non solo nella riunione domenicale, come Scicolone vorrebbe a pag. 32) l’offerta dell’Agnello senza macchia, come avrebbe detto sant’Andrea prima del suo martirio, in un testo che non sarà la registrazione fedele delle sue parole, ma che nondimeno resta una redazione pre-costantiniana (ma i neo-liturgisti disprezzano le antiche notizie e tradizioni sugli Apostoli, affidandosi invece a proprie elucubrazioni, certamente più sicure). E in questa storia del primitivo rito romano nessun peso è dato al testo più antico, importante, caratteristico del medesimo: il Canone ovviamente, con le sue espressioni antichissime e probabilmente apostoliche (v. Jungmann I, 6).

L’errore di tipo dogmatico è il presentare ripetutamente il supposto passaggio da una presunta massiccia partecipazione dei fedeli a una “clericalizzazione” come una cosa nuova e negativa (“all’evoluzione rituale, con un ricco cerimoniale di corte ... corrisponde un’involuzione nella partecipazione dei fedeli. Mentre prima essi celebravano la cena del Signore in letizia e semplicità, in modo familiare e domestico, e tutti partecipavano, adesso il popolo tende ad allontanarsi, proprio perché l'apparato cerimoniale crea un po’ di timore e tremore e la partecipazione non è più così attiva come prima.”, pp. 30 e 31). Sul fatto che appunto l’antica celebrazione eucaristica somigliasse così tanto all’immagine che Scicolone se ne fa, abbiamo già espresso dubbi (o perlomeno non capiamo come abbia tali certezze); sul fatto che ciò rappresenterebbe un’involuzione, e non invece un progresso verso una più precisa espressione dogmatica della fede, ci sarebbe molto da dire. In primo luogo l’esistenza degli ordini inferiori per occuparsi delle minime cose del culto è testimoniata da ben prima di Costantino (vedi la lettera di Papa San Cornelio, del 254, e numerosi martirii o epigrafi che citano tali ordini), il che presuppone un culto complesso e operato da ministri ordinati, non dal “popolo”. E questo non sarebbe altro che la corretta espressione del dogma cattolico: solo il carattere del Sacramento dell’Ordine permette di operare attivamente nel culto e nei Sacramenti, il carattere battesimale essendo solamente ricettivo. Quindi una liturgia che riservi al Clero ogni azione cultuale è semplicemente una più corretta espressione della fede della Chiesa, non un’involuzione: a meno che la fede che vuole esprimere l’Abate Scicolone non sia la stessa della Chiesa, ma magari quella di Lutero o di Kiko. Quanto al “timore e tremore”, ci sembra che lo stesso san Paolo volesse instillarlo nei primi cristiani nel famoso brano della prima lettera ai Corinti (c. XI), dove minaccia addirittura di maledizione e morte fisica (ideo inter vos multi infirmi et imbecilles, et dormiunt multi) chi si avvicina indegnamente al Corpo e al Sangue di Nostro Signore. Tutta questa primitiva familiarità e letizia non sembra così dimostrata: e sembra in contrasto con le parole sul sacrificio che hanno i primi Padri e le più antiche liturgie, che non sono da vedere come un ribaltamento assoluto di ciò che si faceva solo pochi anni prima, nella idilliaca era precostantiniana, ma piuttosto in continuità con essa.

Le osservazioni sarebbero molteplici su tanti altri punti “secondari”: non si nota per esempio che se la liturgia primitiva a Roma era in greco, tale lingua (per quanto relativamente conosciuta) non era quella quotidiana; e che il passaggio al latino aulico avviene quando questo è ormai parlato dal popolo molto più volgarmente; o che sant’Agostino parlava sì in ottimo latino, ma a un popolo la cui lingua quotidiana restava il berbero; e che a tali lingue la Chiesa si è attenuta ovunque andasse per secoli, fin dall’inizio, con rare eccezioni. Il principio che si può cogliere dall’antica prassi è al massimo che i Padri si attennero ovunque a quelle primitive lingue, non che le cambiarono per adattarsi a quella parlata dal popolo, come strumentalmente fanno intendere da sempre i novatori. C’è poi tutta una confusione sul problema che il popolo non andasse a Comunione, e questo dai tempi patristici (quindi con una liturgia che secondo loro era comprensibile), come testimoniano le parole del Crisostomo citate da Scicolone; e sul fatto che in seguito non andasse a Messa, perché –dice Scicolone - non comprendeva la lingua. Purtroppo non ci sono fornite fonti su come e quando avvenisse questo presunto crollo della partecipazione domenicale (e soprattutto sull’esattezza delle cause addotte), ovviato solo, a detta dell’Abate, da un precetto imperativo del Lateranense IV (e non da una riforma), come se prima di questo precetto l’assistenza domenicale fosse facoltativa. Tutto questo paralogismo storicamente infondato appare ancora più ridicolo nella bocca di un bugniniano: perché guarda un po’, da quando il popolo può capire la lingua della liturgia, la partecipazione è crollata veramente, e le statistiche stavolta ci sono. Un caso?

La critica dell’allegorismo eccessivo medievale può avere un fondamento, ma è un disdegnare la mentalità del XIV secolo: chi propose le letture allegoriche della liturgia, all’epoca, aveva colto i “segni dei tempi”; la cosa comunque ebbe la sua stagione di gloria e divenne poi più moderata. I riti rimasero gli stessi, le innovazioni derivanti da quel tipo di visione sono rarissime. Inaccettabile però è l’osservazione che in tali allegorie “della resurrezione non si parlava”: alludendo all’idea che la Messa riproduca non solo la Morte, ma anche la Resurrezione di Nostro Signore. Ovviamente tale idea è contro la definizione della Messa data da Trento (e non solo). La Messa fa certo memoria di tutti i misteri di Nostro Signore, ma ri-presenta solo la morte del Cristo, con la quale si compie la redenzione.

Quanto poi è detto su Trento è pieno di imprecisioni. Scicolone lamenta il fatto che il Messale di san Pio V non fu una riforma ma una semplice revisione del Messale precedente (cosa di cui un cattolico dovrebbe rallegrarsi). Accenna al fatto che molti antichi riti vennero allora rimpiazzati da quello romano. La domanda è quali?. L’ambrosiano resta. Il patriarchino (che pure era solo una variante del romano) scompare per la negligenza del Clero che lo usava, non per volontà di Roma. I riti degli ordini religiosi (varianti del romano) restano. Il rito di Sarum (variante del romano) scompare per via della riforma anglicana, non per volontà di Roma. Il mozarabico era già ridotto al lumicino da secoli, e tale resta con Trento. Molti antichi riti sono stati invece rimpiazzati dal nuovo rito romano dopo il Vaticano II, questo è un fatto. Secondo Scicolone poi seguito a Trento nascono nuove forme di culto eucaristico: la processione del Corpus Domini (nata invece a Liegi nel 1246 e estesa da Urbano IV alla Chiesa universale nel 1264), le Quarantore (nate a Milano almeno vent’anni prima dell’inizio del Concilio di Trento).

Si arriva poi in poche righe al movimento liturgico, enfatizzando le parole della Mediator Dei sulla partecipazione dei fedeli, e tacendo quelle che precisano che tale partecipazione è per sua natura un’unione interiore al sacrificio onde riceverne le grazie, e che questa unione si può ottenere con numerosi mezzi, non solo rispondendo al celebrante; la Messa dialogata, cui accenna Scicolone, non è solo l’oggetto di un’istruzione del 1958, ma una prassi già in atto in alcune regioni e permessa dalla Santa Sede qualche decennio prima. Uno dei tanti dati approssimativi del testo scientifico dell’Abate. Soprattutto della Mediator Dei Scicolone tace la condanna esplicita di tante cose che diverranno parte del nuovo rito, dagli altari a forma di mensa all’uso del volgare financo al rigetto del colore nero.

L’elogio del fatto che il nuovo Messale parla dei fedeli, e non solo di quello che fa il celebrante con i suoi ministri, è l’elogio di una deviazione dottrinale: inserire il popolo in leggi liturgiche è farne l’attore della liturgia, cosa che per la nostra dottrina il popolo non è, nonostante la lunga apologia che Scicolone fa di quest’idea dell’“assemblea che, a suo modo, è tutta celebrante” (p.38).
Sulle preghiere che “si erano sovrapposte nel corso dei secoli” Scicolone ripete un vecchio ritornello: dimenticando che quelle apologie medievali altro non erano che l’espressione in formule fisse di ciò che il celebrante esprimeva a gesti o sentimenti fin dalla più alta antichità (il chiedere perdono a Dio all’inizio della Messa, l’offerta, la preparazione alla Comunione).

Le difficoltà continuano nella spiegazione delle varie parti della Messa. Ovviamente la più problematica è l’Offertorio. Scicolone precisa che nel nuovo Messale (e in questo siamo d’accordo con lui) c’è un’offerta vera, come ben precisa il testo latino del nuovo rito, di pane (e vino) (v. pag. 67). Esatta lettura di uno dei più gravi problemi del Messale di Paolo VI: l’unica offerta è quella del Cristo nel suo sacrificio, che era anticipata concettualmente nell’Offertorio antico (e nelle sue antichissime secretae, non solo nelle preghiere medievali di offerta) per dare modo a ognuno di farsi uno con essa, per essere gradito a Dio come membro del Cristo immolato. L’offerta del frutto della terra e del lavoro dell’uomo non è un concetto tradizionale nella liturgia cattolica, ed è anzi inconciliabile con l’unicità del sacrificio della Croce.

Non vogliamo entrare in altri dettagli semplicemente perché riteniamo sia dimostrato quanta imprecisione storica e quanta lontananza dalla dottrina siano presenti nel testo. I sacerdoti romani faranno meglio a leggere Schuster[1] o Jungmann[2], se hanno tempo e se vogliono avere un’idea della storia del loro rito. E magari leggano cosa davvero dice Mediator Dei, cosa definisce Trento sulla Messa e sul Sacerdozio, cosa scrive san Tommaso. E capiranno meglio perché la Messa romana non ha avuto bisogno di cambiamenti per secoli: perché esprime abbondantemente la dottrina della Chiesa, non quella importata dai modernisti.



[1]  Card. Schuster, Liber sacramentorum, Note storiche e liturgiche sul Messale Romano
[2] Jungmann J.A., Missarum solemnia (ultima edizione it. Ancora 2004)