La Riforma Liturgica di Pio XII.

Carlo Braga ci racconta nei particolari cosa è stata la Riforma piana della liturgia Romana. Ovviamente la sua lettura dei documenti che lui meravigliosamente riporta, è una lettura in un certo senso di parte, a fortiori, riconosce che tutto il lavoro non ha approdato a niente, "si potrebbe definire una riforma di transizione; ma non si può negarle di essere stata, almeno in parte, precorritrice di quella del Vaticano II e di essere parte di quel "passaggio dello Spirito nella Chiesa"  riconosciuto e posto in rilievo da Pio XII già nel 1956". 

Insomma come sarebbe stato il Messale Romano se Pio XII avesse dato ascolto ai suoi collaboratori competenti in materia? Certamente diverso dal Messale del Papa Paolo VI. Vi lascio alla lettura. In seguito farò della annotazione a margine.




INTRODUZIONE


Nella vita ecclesiale del secolo XX, la Liturgia ha avuto un posto privilegiato. Il culmine è stato certamente il Vaticano II con le affermazioni dottrinali riguardanti la natura della Liturgia, continuazione del sacerdozio di Cristo attuata insieme con la sua Chiesa, e il progetto di riforma veramente generale di tutto l'insieme dei riti, in una dimensione che mai era stata promossa nei secoli passati. Ma questo culmine era stato preparato da sessantanni di " movimento liturgico"  che aveva promosso l'aspetto pastorale di educazione dei fedeli alla partecipazione cosciente alle sacre celebrazioni, e aveva anche stimolato il lavoro di studio e di ricerca dottrinale e storica, e accolto le istanze che andavano nascendo, soprattutto dopo la guerra.

Frutto e allo stesso tempo stimolo di questo "movimento" sono state anche le riforme che ad opera di Pio XII e poi di Giovanni XXIII la Chiesa ha vissuto e accolto come risposta alle attese e come segno di speranza. Il progetto di riforma, vasto e complesso, affrontato forse con forze impari all'impresa, non è stato realizzato totalmente anche per il sopravvenire del Concilio. Forse si potrebbe definire una riforma di transizione; ma non si può negarle di essere stata, almeno in parte, precorritrice di quella del Vaticano II e di essere parte di quel "passaggio dello Spirito nella Chiesa"  riconosciuto e posto in rilievo da Pio XII già nel 1956.

Di questa riforma, al di fuori dei commenti pubblicati al momento della sua realizzazione, si conosce poco. Del resto, scrivere la storia di una riforma liturgica è impresa non facile. Occorre conoscere anzitutto il piano originale con le sue motivazioni e impostazioni, le persone che vi hanno lavorato, la loro preparazione e sensibilità di apertura alle istanze della Chiesa, il loro coraggio nel prevenire le speranze e le attese. Occorre poi conoscere i documenti prodotti, non sempre facilmente raggiungibili per motivi burocratici e anche perché alcuni particolari, nati dalla discussione in un'adunanza, non sono testimoniati da alcun documento previo.

Nonostante queste difficoltà è sempre interessante conoscere le vicende del lavoro e l' animo di coloro che ne sono stati autori: è un accostarsi allo spirito del loro tempo, al loro desiderio di servire la della Liturgia e della Chiesa, al loro coraggio di affrontare anche una rottura con la tradizione e la prassi corrente e con la mentalità di coloro che l' avevano profondamente assimilata.

Il mio impegno, per ora, non è proprio quello di scrivere una storia della riforma Piana. Intendo realizzare un sogno che ho coltivato da tempo: raccogliere, per quanto è possibile, il materiali prodotto dalla Commissione. Si tratta quindi di un progetto di ricerca senza pregiudizi e senza preconcetti. Esso si propone, prima di tutto,  di evitare che i documenti si disperdano e non ne rimangano tracce valide,  come è successo per altre riforme. E poi anche di ricordare il lavoro fatto con tanto amore da persone che non hanno risparmiato fatiche per una missione esaltante e piena di ostacoli. Avendo lavorato con loro, ultimo superstite dei membri della Commissione, porto il ricordo non solo delle fatiche, ma anche della serena dedizione con cui le fatiche sono state affrontate.

L'inizio della pubblicazione comincia,  come è naturale, dai documenti basilari, che hanno guidato l'inizio dei lavori di riforma: il testo della "Memoria sulla riforma liturgica",  redatto dalla Sezione Storica della Congregazione dei Riti, e alcuni Supplementi che la completano, prodotti dalla stessa Sezione Storica o da alcuni dei membri o consultori della Commissione. Ciò permetterà di vedere l'impostazione generale e anche le ambizioni e le speranze che hanno guidato le successive realizzazioni.

ALCUNE NOTE STORICHE SULLA COMMISSIONE PIANA

A metà del secolo XX, quando fu istituita la Commissione Piana, la Chiesa si trovava ancora con i libri liturgici nati dalla riforma tridentina. Più volte si era sentito il bisogno di una revisione. C'era stato qualche tentativo di riforma, soprattutto del Breviario e del Calendario, che era andato sovraccaricandosi. Benedetto XIV,  a metà del sec. XVIII, iniziò una riforma, valida soprattutto per gli aspetti storici, ma essa non vide mai la luce, ed è anche difficile trovare la documentazione. Alla fine del sec. XIX, Leone XIII costituì una commissione liturgica, rafforzata nel 1902 da una commissione storica. Il suo lavoro continuò sotto Pio X,  ma non giunse alla fine. Molto produsse per il canto gregoriano, meno per la liturgia: solo potè dare il nuovo cursus settimanale del Salterio e affermare il primato della domenica e di alcuni periodi forti dell' anno liturgico. Poi tutto si era fermato con la morte del papa e la guerra del 1914.

I fermenti di riforma, negli anni del dopoguerra, si andarono sviluppando rapidamente. E simultaneamente le speranze e i propositi di una loro attuazione. Ne è prova, ad esempio, l'inchiesta che, nel 1949, P. Bugnini pubblicò su Ephemerides Liturgicae (in accordo con i responsabili della Congregazione dei Riti) circa una possibile riforma generale della Liturgia e particolarmente del Breviario. Molta eco suscitò pure la Relazione del Card. Lercaro al Congresso di Liturgia pastorale ad Assisi nel 1956, e altre pubblicazioni che riprendevano gli stessi temi e le stesse preoccupazioni. Naturale, quindi che tali desideri trovassero riscontro anche presso le autorità centrali della Curia Romana.

L'idea di una Commissione per la riforma generale della Liturgia fu presentata al papa Pio XII una prima volta il 10 maggio 1946 dal Card. Carlo Salotti, prefetto della Congregazione dei Riti, e una seconda volta il 27 luglio 1946 da Mons. Alfonso Carinci, Segretario della stessa Congregazione. Da queste date hanno inizio presso la Congregazione gli studi previ da parte della Sezione Storica, alla quale si prevedeva di affidare la realizzazione del compito. I fermenti di un rinnovamento profondo della Liturgia erano in piena efflorescenza, ed erano frutto delle esperienze del tempo di guerra. Pio XII ne era sensibile. Basti ricordare l'attenuazione delle norme sul digiuno eucaristico (1943) e la concessione delle Messe vespertine (1946), la nuova traduzione del Salterio e il suo uso nella recita del Breviario (1945, 1946). E siamo ancora ad un anno dalla pubblicazione della Mediator Dei (20 novembre 1947). In seguito, le concessioni andranno moltiplicandosi soprattutto con i Rituali bilingui (per la Francia 28 novembre 1947) e l'uso del volgare nelle celebrazioni. Non ci sono ancora ritocchi nei riti.

La data di costituzione ufficiale della Commissione è il 28 maggio 1948. La prima riunione ebbe luogo il 22 giugno. P. Loew, nella lista delle adunanze, annota semplicemente. " Primo contatto: si propone la riforma generale (totale) della Liturgia" .  Fu sicuramente un primo contatto, perché i lavori iniziarono poi effettivamente con l'elezione del Segretario e con " discussioni generiche" solo un anno e mezzo più tardi, il 17 novembre 1949. Questo tempo intermedio fu dedicato a mettere a punto la "Memoria sulla riforma liturgica", ufficialmente "licenziata in tipografia" il 28 dicembre 1948. Si tratta di un volume in quarto, di 342 pagine (n. 71 degli Studi della Sezione Storica) dovuta alla "stretta collaborazione del Relatore Generale e del Vice Relatore" della Sezione Storica. Nota però il P. Antonelli che " il peso principale del lavoro" fu sostenuto (ed è normale in questi impegni) dal Vice Relatore, il P. Giuseppe Loew.

La Commissione era assai ristretta: sette membri, tutti nell'ambito della Curia Romana. Presidente ne era il Prefetto della Congregazione, il Card. Clemente Micara, poi sostituito dal Card. Gaetano Cicognani. Ne facevano parte Mons. Alfonso Carinci, poi sostituito da Mons Enrico Dante, Segretari della Congregazione; P.  Ferdinando Antonelli O.F.M. e P.  Giuseppe Loew C.SS.R. Relatore generale e Vice Relatore della Sezione Storica; P. Anselmo Albareda O.S.B., prefetto della Biblioteca Vaticana; P. Agostino Bea S.I.,  Rettore del Pont. Istituto Biblico; P. Annibale Bugnini C. M., Direttore di Ephemerides liturgicae, già impegnato presso la Sezione Storica, che fu il Segretario. Solo nel 1960, ormai al termine dei lavori per il sopravvenire del Concilio, furono aggiunti Mons. Pietro Frutaz,  divenuto Relatore Generale, Mons. Cesario D' Amato O.S.B., Abate di san Paolo; don Luigi Rovigatti, parroco romano; P. Carlo Braga C.M., addetto della Sezione Storica. Ai sette membri iniziali erano stati affiancati tre Consultori, ai quali fu chiesto il parere sulla " Memoria", Mons. Mario Righetti, P. Giuseppe Jungmann e P. Bernard Capelle.

In totale la Commissione tenne 82 adunanze,  fedelmente verbalizzate, dal 22 giugno 1948 all'8 luglio 1960, quando la Commissione stessa riconobbe terminato il suo mandato dopo la convocazione del Concilio e la costituzione della Commissione Preparatoria per la Liturgia. I verbali, in genere, sono piuttosto laconici, raccolgono per lo più solo le conclusioni, passando sotto silenzio i particolari delle discussioni. Dalla lista delle adunanze e dai verbali risultano,  in alcuni anni, dei vuoti di molti mesi, dovuti certamente alla convenienza di lasciar decantare certe decisioni prese o da prendere. Base del lavoro era abitualmente il testo della " Memoria", con i supplementi a stampa o ciclostilati che volta a volta la integravano. Fu un lavoro svolto nel massimo riserbo,  fino al 9 febbraio 1951, quando fu pubblicata la riforma della Veglia Pasquale.  Allora per la prima volta fu detto dell'esistenza di una Commissione per la riforma generale della Liturgia. Lo stesso riserbo continuò anche nella preparazione degli altri capitoli della riforma, che venivano pubblicati senza un ordine strettamente logico, man mano che si ritenevano pronti. Una certa unità logica si ebbe solo alla fine, nel 1960, con la pubblicazione del" Codex rubricarum", che coinvolse i principali libri liturgici, Breviario (1961) e Messale (1962), e il Calendario. Fra questi lavoi terminali vanno aggiunte le edizioni delle parti I e II del Pontificale Romano,  che completavano i lavor i in corso.

Tra i principali frutti del lavoro della Commissione, veramente innovativi, vanno ricordati: la restaurazione della Veglia Pasquale (1951) e della Settimana santa (1955), la semplificazione della rubriche (1953), che fu l'origine del "Codex rubicarum" (1960),  e l'Istruzione "de Musica sacra et sacra Liturgia" (1958) che applica le due encicliche, Mediator Dei e Musicete sacrae disciplina. Alti lavori, quali nuove ufficiature e soluzioni di problemi pratici, affidati dalla Congregazione dei Riti alla Commissione,  sono elementi secondari, ma a volte hanno ritardato il lavoro più importante. A causa della troppo breve durata delle riforme prodotte dalla Commissione Piana, non è facile dare un giudizio sul loro valore. D'altra parte, in un mondo variabile come il nostro, che già mette in discussione le riforme del Vaticano II, non si può ricercare un valore perfettamente stabile. Però il Vaticano II (SC 23) pone "l'esperienza derivante dalla più recente riforma liturgica e dagli indulti qua e là concessi" tra i punti di riferimento per la riforma conciliare. E' un giudizio che rannoda a quelli del passato più remoto di rinnovamento della Liturgia i tentativi più recenti, per formare un unico filone della tradizione autentica della Chiesa.

LA "MEMORIA SULLA RIFORMA LITURGICA"

Costituisce, abbiamo detto, la guida di massima di tutto il progetto di riforma. E' uno schema ragionato e dettagliato, dal punto di vista storico, dottrinale e di attualità, dei singoli punti da toccare nel lavoro da compiere. Ricche di riferimenti sono le esposizioni di carattere storico e anche le ampie spiegazioni delle proposte suggerite.

Dopo una breve premessa di ambientazione (nn. 13), un primo capitolo, di sole cinque pagine, delinea i motivi della necessità di una riforma liturgica: lo stato attuale di complessità dell'impianto liturgico della Chiesa; le buone possibilità offerte dalla scienza liturgica; le esigenze del clero, assorbito da molteplici attività pastorali; la necessità di completare i primi passi della riforma iniziata da Pio X (nn. 413).

Un secondo capitolo, anch'esso di cinque pagine, indica i tre principi fondamentali della riforma liturgica: equilibrare le opposte pretese della tendenza conservatrice e della tendenza progressista; la necessaria prevalenza del Temporale sul Santorale; l' unitarietà e l' organicità del lavoro di riforma (nn. 1419).

Il terzo capitolo è il più ampio, e occupa di fatto tutto il volume. Espone il programma organico della riforma liturgica. E' suddiviso in nove sezioni: la gradazione delle feste e il Calendario; il Breviario romano; il Messale romano; il Martirologio romano; i libri cantus; il Rituale romano; il Cerimoniale del vescovi; il Pontificale romano; il " Codex iuis liturgici". Ogni argomento viene suddiviso in paragrafi, con chiare spiegazioni riguardanti lo stato attuale, alcune indicazioni storiche per una più esatta comprensione della situazione, la proposta di possibili soluzioni, alcuni interrogativi per una determinazione concreta delle soluzioni. Come conclusione, viene offerto un rapido schema di impostazione concreta del lavoro di riforma. Non è possibile dare una presentazione dettagliata di tutto il contenuto. Richiamerò solo alcuni dei punti più importanti.

Per la riforma del Calendario liturgico

Avrebbe dovuto essere la prima riforma. Da essa dipendevano i libri liturgici principali, cioè il Breviario e il Messale. Ma, logicamente, è stata quella che ha incontrato le maggiori difficoltà. Il materiale offerto dalla ' 60 1  è abbondante e variegato.

1.  Il problema della gradazione liturgica viene esaminato in dettaglio e ne viene rilevata la complessità: ma neanche la soluzione proposta è del tutto semplice. Si propongono quattro classi (che con le suddivisioni diventano sette): una riservata alle feste della Redenzione, con il titolo di Summum festum; seguono poi il Festum sollemne, il Festum ordinarium, tutt'e due con la distinzione di maius e minus, e l’Officium feriale con la commemorazione del Santo mediante la lettura storica o semplice memoria nell' orazione (nn. 23-32).

2.  Lo studio del calendario occupa 70 pagine. La parte più ampia e dedicata allo studio e alla programmazione del Temporale. Vengono passati dettagliatamente in rassegna i singoli tempi liturgici nella loro composizione e con i loro problemi e le varie prospettive di soluzione.

a) Per l’Avvento si prospetta la possibilità di dare la precedenza alle domeniche su tutte le altre feste, compresa l'Immacolata; di abolire tutte le vigilie e le ottave; di privilegiare le ferie immediatamente precedenti il Natale; di valorizzare le Tempora; di dotare le Messe di prefazi propri (nn. 35-44).

b) L'ottava di Natale va conservata e, in essa, le feste dei "Comites Christi", non le altre. La festa del Nome di Gesù è un duplicato della Circoncisione e quindi andrebbe soppressa o fissata ad altro giorno. Da semplificare anche il periodo tra il Natale e il giorno ottavo dell' Epifania con la soppressione della vigilia e dell' ottava dell' Epifania. Le due domeniche seguenti potrebbero accogliere feste come il Nome di Gesù e la Santa Famiglia (nn. 45-49).

c) Perché la Quaresima ritrovi tutta la sua importanza si propone: di iniziare l'uso dei testi quaresimali sin dal mercoledì delle ceneri; escludere tutte le feste, ad eccezione di san Giuseppe e dell'Annunciazione; riprendere i prefazi propri della Quaresima; riprendere la lettura continua della Scrittura e dei Padri (nn. 50-59).

d) Per il Triduo sacro appaiono i problemi sentiti all'epoca: ritorno alla verità del contenuto dei singoli giorni e soprattutto il ripristino della Veglia pasquale. Da segnalare l'ipotesi della concelebrazione per il clero al giovedì santo e la comunione nella celebrazione del venerdì santo. Per la Veglia pasquale vengono esaminati i problemi generali con accenni a dettagli, quali il numero delle "profezie", la possibile rinnovazione delle promesse battesimali. Ma si propone di affidarne lo studio ad una specifica commissione (nn. 60-74). (*)

e) Del periodo pasquale si prevede la possibile abolizione dell' ottava dell' Ascensione e la creazione di un periodo di preparazione immediata alla Pentecoste. Si propone anche la soppressione degli elementi battesimali esistenti nella vigilia di Pentecoste. Viene dedicato un cenno alle solennità del Signore, tradizionali dopo il tempo pasquale, ma senza novità particolari (nn. 7587).

f) Il problema della effettiva celebrazione della domenica viene affrontato sulla base delle concrete difficoltà create dalle norme della precedenza tra i giorni liturgici, e si propone di dare una vera prevalenza alla celebrazione del giorno del Signore su tutte le feste, ad eccezione di quelle veramente più solenni. Viene anche sottolineata l'urgenza di ridare valore alla celebrazione della feria mediante la introduzione del Santorale (nn. 88-92).

g) Strettamente legata alla celebrazione del mistero cristiano è la celebrazione delle ferie, comprese quelle per annum. La soluzione dipenderà dalla revisione generale del calendario e dalla riduzione delle feste dei santi. Quanto a gradazione, si propone di adottare anche per le ferie la stessa prevista per le feste. Una considerazione particolare viene dedicata alle Tempora e alle Litanie, e si progetta di dare loro la primitiva fisionomia, con la ripresa dei formulari antichi ed elevandone il grado di celebrazione (nn. 93-101).

h) Più ampia e complessa è, naturalmente, la parte che riguarda il Santorale. Una breve introduzione presenta la situazione creatasi nella struttura del calendario da san Pio V ad allora (nn. 102-105) per passare al progetto di distribuzione delle feste secondo lo schema di gradazione proposto all' inizio. Sono ipotesi che presuppongono revisione dell'indice delle feste esistenti e criteri limitativi per l'ammissione di nuove (nn. 106-116). Uguale riflessione viene fatta per quanto riguarda le vigilie e le ottave. Ne risulta una posizione molto drastica quanto a soppressioni, in vista di un alleggerimento del calendario (nn. 117-124).

i) Più interessanti sono le pagine riguardanti la composizione concreta del calendario. Sono un insieme di rigidezza e di apertura, qualche volta irrealizzabili. Due principi dovrebbero presiedere alla scelta dei santi da inserire nel calendario: la romanità in omaggio alle origini del calendario e dei libri liturgici; l'universalità cattolica, in omaggio al riconoscimento della santità fiorita in tutto il mondo.

Il principio della romanità dovrebbe tener conto dei martiri autentici romani, di santi antichi non romani, ma con culto antico in Roma, di santi collegati alle chiese titolari romane, dei papi più caratterizzati nella vita della Chiesa, e della dedicazione delle principali chiese romane (nn. 128-133).

Più complessa è l'applicazione del criterio dell'universalità. Proposte e soluzioni diverse toccano le seguenti categorie di santi: dottori della Chiesa, Padri e Scrittori ecclesiastici antichi, rappresentanti del monachesimo e dell'ascetismo antichi, santi rappresentativi delle Chiese Orientali, santi nazionali (apostoli, principi, re, altri), fondatori di istituti religiosi, patroni delle varie categorie, santi recenti. Vengono poi esaminate le feste minori del Signore e della Madonna e le feste di devozione in genere. Un accenno viene fatto anche a feste richieste da varie parti come espressione di devozioni particolari recenti (Cuore eucaristico, Sacerdozio di Cristo, "Triumphus catholicae Religionis", festa maiana mensile, festa del papa, ecc) (nn. 134-176).

Da ultimo, viene ricalcato il principio secondo cui il giorno della celebrazione di un santo dovrebbe coincidere con il dies natalis. Si prospetta anche la possibilità o convenienza di procedere ad un raggruppamento di più santi in un solo giorno (nn. 177-178).

Ma, alla fine, si propone di rinviare la riforma del calendario a dopo la revisione del Breviario e del Messale "che completerà la conoscenza di tanti molteplici elementi che vi possono concorrere" (n. 180). E in effetti se tutte le proposte avessero dovuto essere realizzate, il calendario sarebbe stato molto idealistico e non avrebbe avuto i giorni per accogliere tutte le feste.

Per la riforma del Breviario Romano

1. Apre la trattazione una breve introduzione sul dovere per la Chiesa di attendere alla preghiera continua della lode di Dio e delle forme con cui questa è stata realizzata: in modo particolare mediante quella forma di preghiera oraia, che si è concretata nell'Uficio divino (nn. 181-185).

2.  Segue poi la rassegna di tutte le parti costitutive dell'Ufficio divino, a partire dalla Salmodia, come parte più importante per contenuto e utilizzazione nella preghiera.

Viene offerta un'ampia descrizione dei vai modi di distribuzione del salterio nella storia: lo schema di Pio V con i 150 salmi nelle singole Ore del cursus quotidiano nel ciclo di una settimana; il cursus romano antico (sec. V-VI); la riforma attribuita a san Gregorio Magno (verso il 600); il cursus di Pio X (1911), e finalmente quello monastico e quello ambrosiano in due settimane. Viene proposta anche una tabella con la disposizione della salmodia dei Mattutini e dei Vespri festivi (nn. 186-203).

Questa introduzione porta a presentare molto brevemente i desideri di semplificazione e riduzione del complesso della preghiera diurna,  che si può risolvere soltanto o sacrificando alcune Ore o dividendo l'uso del salterio in un spazio maggiore di quello settimanale tradizionale.

Si arriva ad una prima conclusione: "Una riduzione pare che si imponga.  Meglio un Ufficio quotidiano più breve ma che ogni sacerdote possa recitare senza fretta, anziché un Ufficio più lungo e complicato, che spesso viene recitato in fretta e furia"  (nn. 204-206). Ma lo schema fondamentale di questa preghiera della Chiesa deve essere quello che la tradizione cristiana ha legato alle varie ore della giornata: "L'idea fondamentale della preghiera canonica della Chiesa salta subito agli occhi: santificazione continuativa del tempo, mediante la distribuzione della preghiera pubblica attraverso lo spazio delle ventiquattro ore diurne e notturne. Ecco l’idea e l' ideale della Chiesa" (nn. 207-208).

3.  La struttura salmodica delle singole Ore viene così ideata:

a) Un Mattutino uniforme di nove salmi o strofe di salmi (come nella riforma di Pio X) pare raccomandabile (n. 209).

b) Per Lodi e Vespri si vuole conservare cinque salmi,  o strofe di salmi. Però si esclude il mantenimento del blocco dei salmi 148-150 a conclusione delle Lodi (n. 210).

c) Quanto alle Ore minori e Compieta, scartata sia la loro soppressione sia l'adozione di un solo salmo, si opta per il mantenimento di tre salmi, o strofe di salmi (n. 211).

4. Per la distribuzione del salterio nell'Ufficio feriale,  la Commissione propone solo il quesito se convenga mantenere l'uso della distribuzione numerica successiva o di una scelta tematica, con un titolo che suggerisca il contenuto del salmo. Ma pare chiara la propensione per l' uso tradizionale (n. 212).

Lo stesso principio di una successione numerica progressiva viene proposto anche per gli schemi propri dei giorni festivi. Si propone però la possibile divisione dei salmi più lunghi, o la scelta della sola parte del salmo che interessa la solennità (nn. 213-215).

5.  Si viene alla proposta di una divisione bisettimanale del salterio. Ne viene data una tabella precisa, con indicazioni anche per gli uffici festivi e propri. Possiamo prendere come idea conclusiva l'espressione: "L' attuabilità pratica è fuori di dubbio"  (nn. 216-218). Rimane però il timore reverenziale della tradizione.

6.  Sorvolo il problema delle antifone, legato alla loro natura salmica: occorre anzitutto ricuperare quelle antiche,  e mantenere la tradizione nella composizione di nuove. Si prende in considerazione anche il caso di antifone proprie (non salmiche) di qualche festa o del Comune (nn. 219-224).

7.  Un problema molto complesso è quello della lettura biblica, per le complicazioni che nascevano dalla distribuzione allora in uso,  che teneva conto sia dei tempi liturgici fondamentali,  sia di alcune serie di letture legate al calendario mensile, sia di alcune settimane che potevano essere spostate e recuperate in momenti diversi dell'anno, sia della mancanza di alcuni libri del testo sacro,  ecc. Il redattore della Memoria si rende conto di questa complessità e, più che aggiustare situazioni così intricate, preferisce delineare una nuova distribuzione con delle basi di date più sicure e più rispettose del seguito delle settimane dell'anno e di alcuni periodi liturgici particolari, come pure della serie di feste più o meno importanti, (nn. 225-244).

Va certamente messo in rilievo il desiderio di rispondere alla richiesta di una conoscenza più ampia e completa dei testi scritturistici. Ciò fa nascere nel redattore anche la proposta di un ciclo biennale che consenta un aumento dei testi da leggere (nn. 245-267). Una proposta, per allora coraggiosa, esprimeva il desiderio di aumentare il ciclo di letture evangeliche per le domeniche ordinarie, in modo da facilitare la catechesi e l'omelia: il Messale avrebbe provveduto ai testi biblici, il Breviario a quelli patristici di commento (n. 268).

8.  Alla lettura biblica, divisa in tre parti (I Notturno), seguivano quelle patristiche, anch'esse divise in tre parti (Sermones nel II Notturno, Homiliae nel III Notturno, precedute queste dalla lettura dell'inizio del Vangelo del giorno). Si propone una scelta più varia, più critica, più ricca di contenuti spirituali (n. 260-262).

9.  Non può mancare l'accenno "ad una prudente, ma necessaria e savia revisione di tutta la materia storica contenuta nell'Ufficio divino, soprattutto nelle lezioni"  del II Notturno. Avrebbero dovuto presentare i dati storici necessari ad identificare la persona del santo, la sua opera, le caratteristiche della sua santità, in modo sobrio e rispettoso dei criteri della storia e della critica (nn. 263-264).

10. Il collegamento tra celebrazione eucaristica e celebrazione dell'Ufficio divino era sottolineato dalla ripresa della lettura dell'Apostolo nei capitula o lectiones breves delle varie Ore dell' Ufficio. Si auspica il ritorno a tale sistema, anzi se ne chiede l'introduzione anche per i giorni festivi (ad es. per le domeniche ordinarie, che avevano dei testi invariabili, non legati alla Messa delle singole domeniche) (nn. 265-267).

11. Non vengono dimenticati neppure gli elementi secondari legati alle letture del Breviario:

a) per i responsori mattutinali: accordare sempre lezioni e responsori: responsori biblici in seguito alle letture bibliche, responsori storici in seguito alle letture storiche; eliminare casi possibili di responsori identici; revisione generale di tutto il repertorio dei responsori, insieme a tutti gli elementi del Breviario;

b) per i responsori brevi: restituire, per quanto è possibile, la forma classica del concatenamento con la lettura dell' Ora canonica (nn. 268-275).

c) Incerta rimane la posizione del redattore della Memoria circa le "absolutiones"  e le "benedictiones" che precedevano le letture: Certamente una semplificazione non sarebbe dispiaciuta (n. 276).

12. La revisione degli inni è un altro problema sentito, con una duplice implicazione: ritomo alla semplicità dei testi esistenti prima della correzione di Urbano VIII, soppressione di tanti inni di feste secondarie, con la proibizione di crearne altri per le nuove feste, anche se particolari (n. 277).

13. Minore importanza hanno, per loro natura, e per questo le ometto, alcune proposte riguardanti le preci, l'inizio e la fine delle Ore: si auspica una buona semplificazione (nn. 278-289).

A conclusione della rassegna delle diverse parti dell'Ufficio divino, la " Memoria" torna ad insistere sul valore della preghiera del Breviario nella vita del sacerdote, anche gravato di lavoro apostolico, pur riconoscendo la necessità che la riforma trasformi la struttura dell'Ufficio in modo che sia più comprensibile e accettabile dal clero del nostro tempo.

Tocca inoltre il problema della forma di celebrazione dell' Ufficio divino, invitando a non confondere gli elementi cosiddetti "monastici" con quelli propri di una " celebrazione comunitaria"  (nn. 290-292).

15. Non manca, infine, uno sguardo alle parti che compongono il Breviario e la loro disposizione. La "Memoria" si sofferma in modo speciale sulla necessità di rivedere i Comuni, arricchendo quelli esistenti e creandone di nuovi per alcune categorie (es. sacerdoti, fondatori, missionari, madri di famiglia, vedove, ecc.). In tutto ne propone dieci tipi (nn. 293-310).

16. Da ultimo, troviamo alcune proposte di semplificazione per uffici accessori: S. Maria in sabbato; l' Officium Parvum B.M.V. (da omettere) e l' Ufficio dei defunti (da rivedere) (nn. 311-313).

Scorrendo queste pagine e il materiale più che abbondante che contengono, è facile notare la percezione dei problemi di carattere psicologico, pastorale e storico che si proponevano all' attenzione di chi doveva attendere alla riforma del Breviario. Mi pare però che la preoccupazione dei riformatori consideri anzitutto il mantenimento della tradizione con le sue forme e le sue espressioni. Ciò non escludeva, anzi in alcuni casi richiedeva, una certa semplificazione di elementi che erano diventati veramente obsoleti in rapporto al tempo e alla stessa pietà. Ma questo è un problema che non riguarda solo l'Ufficio divino. Gli stessi problemi affiorano nelle varie parti della "Memoria", e sono tenuti presenti nelle varie proposte. La riforma, frutto del Concilio, anche mantenendo molti elementi della tradizione liturgica, porterà un vento abbastanza nuovo, anche se non ha sovvertito la forma di preghiera, come alcuni avrebbero desiderato e sperato. Credo che il problema della forma della preghiera liturgica, al di fuori del campo più strettamente sacramentale, resterà sempre un problema influenzato dalle situazioni antropologiche, pastorali, storiche e di formazione del clero.

Per la riforma del Messale Romano

Dopo esposizioni così ampie per il Calendario e il Breviario, ci si aspetterebbe una altrettanto ampia descrizione delle proposte per la riforma del Messale. Invece la "Memoria" vi dedica soltanto tre numei (314-316) e rinviìi.

Il primo motivo di rinvio è dato dalla necessità di definire i criteri di revisione del Calendario e del Breviario, che necessariamente incideranno anche sul Messale.

Il secondo motivo è suggerito dai gravi problemi dottrinali e pratici, soprattutto per quanto riguarda il rito della Messa, nati a seguito del lavoro impegnativo del movimento liturgico, riguardanti la partecipazione attiva dei fedeli, l'uso del volgare, altri adattamenti che si mostreranno necessari nell' insieme della celebrazione. La conclusione si trova all'inizio del n. 316: "Considerando attentamente questo stato di cose, la gravità delle questioni prospettate e la responsabilità delle decisioni da prendersi, in una materia tanto fondamentale per la Liturgia è per la vita della Chiesa, stimiamo opportuno rimandare la trattazione particolareggiata del Messale e della Messa in un secondo tempo di lavoro della Commissione ".  Tra i modi di preparare la riforma del Messale e della Messa si ipotizza anche la "possibilità e opportunità di indagini dirette circa le maggiori questioni della pastorale liturgica intorno alla santa Messa, come esse sono realmente sentite e pensate nei vari centri del movimento liturgico". E' un'apertura non indifferente, che accoglie interlocutori qualificati come collaboratori della riforma, su uno dei punti più delicati e più importanti.  Lo realizzerà più tardi il Concilio con i suggerimenti emersi nell'Aula conciliare e poi nelle Commissioni postconciliali.

Per la riforma degli altri libri liturgici

1.  Il Martirologio Romano.  Una riforma di questo libro è esigita proprio dalla sua natura di un testo nato successivamente e senza critei unici e coerenti. Si desidera l'eliminazione dei dati non storicamente confermati, dei luoghi comuni, delle frasi inutili, si chiede semplicità negli elogi e netta distinzione tra santi e beati in senso canonico. Il lavoro di carattere scientifico può essere guidato dalla Sezione Storica della Congregazione dei Riti e svolto da persone competenti.  Un insieme di materiale è già stato raccolto e potrebbe servire come punto di partenza (nn. 317-320).

2.  I libri cantus.  La loro revisione dipendere essenzialmente dalla riforma del Calendario e degli altri libri liturgici: in fondo,  si tratta solo di conformare ad essi la collocazione dei testi già esistenti (n. 321).

3. Il Rituale Romano.  "Il Rituale Romano è, tra i libri liturgici, uno di quelli che in fatto di adattamento alle necessità e ai bisogni dei fedeli costituirà una pietra di paragone per la Riforma liturgica"  (n. 327). I due problemi principali che preoccupano l' estensore della "Memoria" sono la sua "romanità"  e il suo adattamento alla mentalità moderna.

La romanità può portare a due soluzioni. Raccogliere nel libro liturgico il minimo indispensabile (uguale per tutta la Chiesa) e poi lasciare alle varie regioni la compilazione di quanto è loro necessario; oppure inserire nel libro liturgico il massimo dei formulari, in modo che ogni regione vi trovi ciò che le è necessario.

La difficoltà principale è l'adattamento. La celebrazione dei sacramenti richiede sempre una spiegazione storica, teologica e simbolica, che spesso non arriva all'animo dell' uomo moderno. La Chiesa dovrebbe, come i movimenti politici, trovare forme capaci di parlare direttamente al mondo moderno. In questo campo rientra anche il problema della lingua del popolo, che si andava allora ponendo e prendeva consistenza con la concessione di indulti parziali. L' estensore della "Memoria" non sembra contrario a continuare in questa linea, ponendo dei principi chiari (nn. 322-327).

4.  Il Cerimoniale dei Vescovi.  Non è stato mai ritoccato a fondo dal momento della prima pubblicazione, per cui è rimasto un libro "archeologico", lontano dal mondo moderno. Una sua revisione è indispensabile. Ma andrà fatta dopo la riforma degli alti libri liturgici fondamentali (n. 328).

5. Il Pontificale Romano.  La storia del libro liturgico è ben conosciuta in seguito agli studi critici del secolo XX, e ciò faciliterà il lavoro. I desiderata principali sono la semplificazione di alcuni riti molto lunghi (consacrazione della chiesa e dell'altare) o almeno l'introduzione di formulari più brevi da usarsi ad libitum, la soppressione di elementi che hanno ormai soltanto un valore storico (alcune benedizioni), la revisione delle rubriche e una maggiore concordanza con il Rituale. Il lavoro può essere affidato ad una Commissione di periti nella materia (nn.329-331)

6. Il "Codex iuris liturgici".  Sembra esigito dalla molteplicità e dispersione delle norme liturgiche esistenti nei vai libri, nei decreti della Congregazione dei Riti (spesso in contraddizione tra di loro), nei documenti pontifici, ecc. Se ne sente la necessità come la si sentiva per il Codice di diritto canonico.

Alcune parti, come le rubriche del Breviario e del Messale dovranno essere preparate immediatamente, con il procedere della riforma di questi libi; altre (iguardanti la musica, l'arte ecc.) potranno anche essere demandate ad una apposita Commissione.

Lo scopo è di dare chiarezza alla normativa del campo liturgico e dare sicurezza a coloro che agiscono in campo rituale e pastorale (n, 332).

Il piano di attuazione pratica della riforma

Chiude questa lunga esposizione un accenno al programma pratico di realizzazione dei lavori. Anzitutto si prende coscienza della necessità di tempo e di persone competenti che collaborino con la Commissione e attuino le sue scelte. Vengono proposte due fasi di lavoro La prima sarà la discussione della Memoria con le scelte fondamentali da parte della Commissione. Queste dovranno essere approvate, almeno genericamente, dall'Autorità suprema per assicurare un cammino certo. La seconda fase, la vera attuazione, prevede il lavoro di sette sottocommissioni alle dipendenze dalla Commissione generale:

1.  La sottocommissione biblica per tutto il complesso della Sacra Scrittura ad uso della Liturgia (Font. Istituto Biblico),

2.  La sottocommissione patristica, per i testi dei Padri e scrittoi ecclesiastici che si trovano soprattutto nel Breviario.

3.  La sottocommissione storica (Sezione Storica della Congregazione) per la revisione storica delle lezioni del Breviario, del Martirologio ed eventuali questioni particolari storiche o critiche.

4.  La sottocommissione innologica per la revisione degli inni.

5.  La sottocommissione per il canto liturgico.

6. La sottocommissione per le rubriche.

7.  La sottocommissione stilistica, per garantire a tutti i testi liturgici l'uniformità linguistica e ortografica.

L'ordine di revisione dei libi liturgici dovrebbe partire dai principali, cioè il Breviario, il Messale e il Martirologio,  per le implicazioni che hanno sugli altri. Coronamento di tutto il lavoro sarà il Codex iuris liturgici, da preparare gradualmente in concomitanza con la revisione dei libri liturgici (nn. 334-341).

Di questo complesso organizzativo, in pratica, non è stato fatto nulla. Ha sempre lavorato in prima persona la Commissione,  aiutata dalla segreteria della Sezione Storica. Sono stati consultati alcuni esperti, soprattutto nella redazione del Codex rubricarum. Questo piano di lavoro per la riforma fu ripresentato, con alcune varianti, dopo l'approvazione della Costituzione conciliare come base per il lavoro postconciliare. Le vicende hanno portato per altro cammino, più ricco soprattutto nella collaborazione.

Ma si vede come anche la Commissione Piana sentisse il bisogno di ampliare la base e le forze di lavoro per un apporto più vitale.

IL PRIMO SUPPLEMENTO

La graduazione liturgica (Progetto Albareda)

Nell'adunanza del 17 gennaio 1950 il P. Albareda "fece una proposta suggestiva, di impostare cioè la graduazione delle feste sopra un preciso criterio teologico" . L'idea piacque ai partecipanti e fu accolta per una discussione più approfondita. Così è nato il primo supplemento alla "Memoria", che comprende il testo del P. Albareda e una lunga esposizione del P. Loew per una sua possibile applicazione. Criterio fondamentale del progetto è che "la liturgia è costituita essenzialmente dal ciclo della Redenzione ... Dentro questa costruzione armonica le feste stonano un po'  e interrompono ... esse non possono essere ammesse se non sono giustificate o da rapporti con la Redenzione o da efficaci interventi nella vita della Chiesa" . Per regolarle, il progetto prevede la creazione di "una scala di rapporti con la Redenzione ... occorre creare gruppi o classi, che in ordine gerarchico perfettamente regolati contengano i santi ammessi nella Liturgia secondo i suddetti principi fondamentali"  E siccome nella Liturgia "non si può abbondare in tali categorie né ridurle eccessivamente" ne vengono proposte sette (che poi effettivamente vengono ad essere dieci). Fermo deve restare il principio che una festa inferiore non può mai preferirsi ad una superiore e che ognuna deve avere qualche elemento che la differenzi da quella che la precede e la segue.

Ecco l'elenco delle categorie proposte da P. Albareda: 1. Festa suprema (Le grandi feste della Redenzione, le domeniche solenni: Avvento, Settuagesima e Quaresima, in albis: feriae maiores dal 17 dicembre, ferie di Quaresima)

2. Alia festa Chisti (e domeniche per annum)

3. Festa maiora B. Mariae Virginis

4. Festa minora B. Mariae Virginis

5. Festa Angelorum

6. Festa Sanctorum Chisto specialiter coniunctorum

7.  Festa Martyrum insignium (e Tempora, mercoledì e venerdì di Avvento fino al 17 dicembre)

8.  Festa non Martyrum insignium

9. Festa Sanctorum communium (e le ferie di Avvento e di Settuagesima fino al mercoledì delle ceneri)

10. Feriae per annum e Sancti commemorati

L' esposto del P. Loew cerca di spiegare e di applicare concretamente i principi facendo confronti con la situazione esistente allora e con elenchi esemplificativi delle varie categorie,  indicando anche alcuni elementi che dovrebbero distingue i vari gradi: nella Messa l'uso del Gloria e del Credo; nell'Ufficio l'uso di parti proprie o feriali. Dal punto di vista teologico e ideale il progetto vuole rispettare il principio enunciato dal Codice di diritto canonico (can. 1255 § 1):" Sanctissimae Trinitati, singulis eiusdem personis.  Cristo Domino, etiam sub speciebus sacramentalibus, debetur cultus latriae; Beatae Mariae Virgini cultus hyperduliae, aliis cum Christo in coelis regnantibus cultus duliae ".

Dal punto di vista pratico, "l'aspetto generale della liturgia delle feste rimarrebbe, in sostanza, come è attualmente,  solo che alcuni elementi sarebbero meglio esposti, o riservati a certi gradi; le innovazioni si riferirebbero soprattutto ad una maggiore estensione dell'elemento feriale (salmodia)..."

Il progetto, datato nel fascicolo 25 marzo 1950,  fu discusso nell'adunanza del 21 aprile seguente. Il numero dei gradi fu ridotto a otto, depennando le feste minori della Madonna e i Santi comuni. Restava da "attribuire a questi gradi le particolarità liturgiche, che li rendano veri gradi liturgici". Il progetto, bello in teoria, incontrerà non poche difficoltà concrete quando si verrà alle applicazioni nella pratica.  E sembrerà ancora complicato nella formulazione del Codice delle rubriche: i gradi saranno ridotti a quattro...

IL SECONDO SUPPLEMENTO

(Le osservazioni di Dom Capelle, P. Jungmann, Mons. Righetti)

Il secondo Supplemento alla "Memoria" contiene le osservazioni fatte, su richiesta della Congregazione dei Riti, da Dom Capelle, Abate di Mont César, P. Jungmann, Professore a Innsbruck, Mons. Righetti, parroco a Genova, che furono scelti come rappresentanti degli studiosi di Liturgia in lingua francese, tedesca e italiana.  La richiesta porta la data del 3 novembre 1949 e fissava il termine per la risposta al 1 febbraio successivo. Il tutto era sub secreto, tanto che gli interpellati non potevano parlarne con altri e dovevano, insieme alle loro osservazioni, restituire anche il volume della "Memoria".

Il P. Jungmann fu il primo a rispondere e annotava: "Magno cum gaudio vidi iam ex iis quae in Memoriali continentur reformationem liturgicam optima ratione conceptam et fundamentum solidum iactum esse" .

L' Abate Capelle dichiarava: "Je suis resté très conservateur". E ne dà la ragione. I Protestanti stanno realizzando un movimento serio per ricuperare gli antichi riti che avevano abbandonato al momento della separazione da Roma. E lo fanno perché vedono nella voce della Chiesa antica, ancora prossima alle origini, la depositaria della più augusta tradizione. Anche per la riforma in corso occorre avere principi chiari e fermi.

Mons. Righetti dice che le sue osservazioni concordano nella maggior parte dei casi con le idee della Commissione, "della quale, mi è gradito confessarlo, ho sommamente apprezzato il senso prudente e illuminato" .

E’ impossibile riassumere il contenuto del fascicolo. Le annotazione dei tre Consultori sono riportate secondo l'ordine dei numeri della " Memoria", con l'indicazione del quesito o del testo stesso della "Memoria", e poi la risposta. In genere non si tratta di testi ampi : erano scritti, nella maggior parte dei casi, in margine al testo della "Memoria".

Il risultato è apertamente in favore delle posizioni della Commissione, ma dimostra grande libertà nell'esprimere il proprio parere, anche quando è contrario alle proposte di Roma. La Commissione otteneva lo scopo che si era proposto: raggiungere "una più larga base di consultazione" . I pareri di questi studiosi furono poi sempre tenuti presenti nella discussione dei vari punti e nella loro soluzione.

IL TERZO SUPPLEMENTO

(Materiale per la riforma del Calendario)

È il Supplemento più prezioso per la ricchezza di "materiale storico, agiografico, liturgico per la riforma del Calendario" (200 pagine). Un fascicolo che comprendesse il materiale necessario alla riforma del Calendario era previsto nel n. 152 della "Memoria". Questo Supplemento non è solo utile per la riforma in sé, ma è un ottimo strumento per qualsiasi studioso che voglia cimentarsi con il calendario e il culto dei santi. L' autore della stesura fondamentale è sempre il P. Loew, assistito dal P. Antonelli come revisore, e dagli alti membri della Sezione Storica della Congregazione. Neppure di questo Supplemento è possibile fare una descrizione dettagliata. Dobbiamo accontentarci di un elenco del materiale che contiene.

La prima parte presenta il calendario attuale della Chiesa universale. Per ogni giorno vengono aggiunte indicazioni di altre ricorrenze liturgiche, che potrebbero interessare nella revisione: ad esempio, il richiamo del dies natalis di santi celebrati in altra data o di santi che potrebbero entrare nel calendario riformato.

La seconda parte consiste in una specie di dizionario alfabetico delle feste, con i rispettivi dati liturgici, storici e agiografici. Di ogni santo viene ricordata la data di morte e di canonizzazione,  le collocazioni nel calendario nelle varie epoche, la possibile scelta fatta nella "Memoria". Anche per le feste del Signore e della Madonna vengono indicate le origini, le fonti, le successive collocazioni nel calendario. Un buon sussidio per lo studioso sono le pagine introduttorie, con l'indicazione e la descrizione dei documenti storici, quali gli antichi Martirologi o Breviari che sono i testimoni del culto attribuito dalla Chiesa ad un determinato santo o della data e della forma di celebrazione delle feste.

Seguono sei Appendici contenenti argomenti già toccati nella "Memoria" e bisognosi di qualche definizione: Le feste dei Dottori della Chiesa, dei fondatoi di Istituti Religiosi,  le feste della Passione, l'unione di più santi in una medesima celebrazione,  l'utilità o necessità di feste cumulative di certi santi, le Messe proprie dei santi.

Come si vede dal semplice sommario, il Supplemento fu veramente un sussidio per la riforma e lo rimane per chi debba o voglia cimentarsi con lo studio dell'agiografia. E'  stato di aiuto anche nei lavori di riforma del Vaticano II.

IL QUARTO SUPPLEMENTO

(Consultazione dell'Episcopato intorno alla riforma del Breviario)

Il desiderio e la necessità di ampliare la base di consultazione,  manifestati già nell'interrogazione dei tre Consultori, di cui abbiamo parlato, trovano una più ampia realizzazione nel 1956-1957 con una consultazione a vasto raggio, cioè dell' Episcopato, su un argomento fondamentale per la riforma, ma soprattutto per la vita della Chiesa: la revisione del Breviario.

Il 17 maggio 1956, la Congregazione, con l'approvazione del papa, inviava una lettera a tutti i Metropoliti e ai Vescovi immediatamente soggetti alla Santa Sede, nella quale chiedeva che "collatis consiliis cum tuis Suffraganeis, atque etiam, si id expedire videbitur, cum praestantioibus sacerdotibus, intra sex menses ab his litteris acceptis,  dare breviterque huic S. Congregationi exponas, quae circa Breviarii emendationem Tibi necessaia vel utilia aut opportuna visa fuerint" .

Le lettere spedite furono 400. Allo scadere del termine fissato fu mandato ai ritardatari un sollecito, e alla fine di maggio del 1957 si contarono 341 risposte, pari all' 85% degli interpellati. Nella prima parte, il Supplemento dà ampia relazione dei risultati con quattro statistiche: statistica numerica della consultazione; le voci principali sotto le quali è stato riepilogato il risultato della consultazione (nn. 4-5); gli argomenti secondo il numero (o la percentuale) delle proposte (nn. 6-7); e una statistica ragionata intorno agli elementi principali emersi nella consultazione: questa occupa la maggior parte della relazione (nn. 8-62).

Il primo risultato della consultazione dell'Episcopato ha messo in risalto come i Vescovi, pure inspirandosi a testi già noti (ad es. l'inchiesta di P. Bugnini e la Relazione del Card. Lercaro al Congresso di Assisi), fossero partecipi del pensiero del loro clero: sottolineano soprattutto l'insofferenza per la lunghezza della forma di preghiera e la sua impostazione di fondo come preghiera oraria; elementi che entravano in conflitto con l' impegno quotidiano, e soprattutto festivo, del ministero pastorale e la mentalità corrente riguardo alla preghiera e alle sue forme. Si notano poi le difficoltà, minori ma sentite, derivanti da una preghiera costruita con modalità corali, diventata ormai strettamente personale e privata. E non manca il rilievo del peso morale dell'obbligo dell' assolvimento personale, soprattutto in alcune circostanze. Purtroppo compare poco un altro elemento di crisi, cioè l' insufficiente formazione alla Liturgia delle Ore data nei seminari, nonostante le insistenze della Santa Sede, ridotta molto spesso ai soli aspetti rubricali, giuridici e morali.

Nella seconda parte, il Supplemento offre una serie di deduzioni, molto particolareggiate, e formula un "progetto organico di aggiornamento della struttura tradizionale dell' Ufficio divino (nn.63-101), che costituisce quasi un tentativo di risposta alle problematiche giunte dalla periferia. L'ampiezza dell'esposizione mi permette soltanto di riferirne brevemente i punti principali.

1. Le deduzioni iniziano con una constatazione: i punti toccati dai Vescovi non vanno molto oltre quelli già presi in considerazione nella "Memoria" dalla Commissione per la riforma. I redattori precisano, quindi, le loro intenzioni nel fare la sintesi: "La massima nostra preoccupazione però è stata quella di non limitarci a mettere a disposizione della Commissione i nudi risultati che chiedono decisioni di rilievo, ma di preparare anche modestamente una soluzione con rispettive esposizioni e dimostrazioni. Ciò vale in prima linea per la questione di alto interesse, e che eccede anche in parte ciò che fu proposto nella Memoria, la questione cioè della struttura definitiva dell'Ufficio divino, nella linea della tradizione millenaria della Chiesa, e tenendo presenti le necessità e le esigenze giustificate dei nostri tempi" (pag. 56).

2. " Le cause della crisi dell'Ufficio divino", esposte nell'introduzione, sono, in fondo, quelle che ho appena riassunto.  I redattori concludono con una domanda: " E' possibile oggi una preghiera oraria, o no"? E rispondono che "Abbandonare la natura oraria e con ciò la struttura nativa dell' Ufficio divino, riducendolo a due o tre tempi: mattina, sera, eventualmente mezzogiorno, equivarrebbe a perdere almeno tre quarti del multiforme patrimonio di pietà tesorizzato nella preghiera pubblica della Chiesa" (n. 80). Di conseguenza,  "la riforma liturgica in atto deve rispettare la natura e per conseguenza la struttura tradizionale dell'Ufficio divino nella sua sostanza, pur conservando la necessaria libertà di attuare quei minori adattamenti e aggiornamenti che possano migliorare le condizioni generali dell' Ufficio divino di fronte alle esigenze dei tempi moderni"  (n. 82).

3. La parte maggiore di queste "Deduzioni" viene riservata ad un Progetto organico di un aggiornamento della struttura tradizionale dell'Ufficio divino (nn. 84-101). Cercherò di esporla nella forma più breve possibile.

a) Una divisione del Salterio in due settimane: "Dispiace alquanto che non si sia ancora riusciti a mettere in prova il Salterio bisettimanale, il quale sarebbe, nella mente della Memoria, un elemento fondamentale per risolvere molti problemi dell'Ufficio divino" (n. 84).

b) Quanto all'obbligo morale, sono previsti cinque principi:

-Limitarlo strettamente alla giornata in corso: niente anticipazioni.

-Assegnare le singole Ore canoniche a dei "tempi propri".

-Determinare il tempo massimo di obbligazione delle singole Ore non più in 24 ma in 12 ore, dalla mezzanotte al mezzogiorno e dal mezzogiorno alla mezzanotte.  Creare una nuova mentalità e coscienza sacerdotale di fronte all' Ufficio divino.

-Divieto di cumulare le Ore (nn. 85-89).

c) I tempi del giorno maggiormente indicati per la preghiera liturgica, sono indiscutibilmente il mattino, mezzogiorno e la sera, così organizzati:

-Blocco mattutino: Il Mattutino (con unico notturno, anche se di nove salmi), come momento di meditazione e di preparazione alla Messa; le Lodi mattutine, come inno di lode a Cristo, vero sole del mondo, dopo la Messa, quale ringraziamento. Prima si potrebbe omettere, pur conservando alcuni elementi dell'offerta a Dio del lavoro della giornata (nn. 90-92).

-A mezzogiorno, un momento di preghiera che si inserisca nella pausa del lavoro, con l' Ora meridiana di Sesta, da recitarsi prima o dopo il pranzo (n. 93).

-Blocco serale: I Vespri come Lodi vespertine da recitare intorno all' imbrunire (con possibilità dalle tre alla mezzanotte): si suggerisce di farne un momento di preghiera davanti al Santissimo;

-Compieta, da recitare come ultima preghiera, con esame di coscienza, e con possibilità di uso quotidiano dei salmi della domenica (nn. 94-95).

Questi momenti di preghiera coprono i cinque momenti principali della tradizione. Però la Commissione non vuole perdere neppure l’intermezzo antimeridiano e quello pomeridiano, di Terza e di Nona. Ne propone una forma semplificata (ne offre esempi concreti), invariabile, da recitarsi a memoria, senza lunghe interruzioni delle attività della giornata.

Come si vede, la Commissione è per la conservazione al massimo della struttura tradizionale e per un collegamento tra Liturgia delle Ore e forme di pietà previste dal Codice: un tentativo di quadratura del cerchio che veniva proposta abbastanza frequentemente all' epoca. Di questi blocchi di preghiera viene stimato anche il tempo: 50-60 minuti (compresa la Messa) al mattino; 10 minuti a mezzogiorno; 10 minuti per il Vespro, pochi minuti per Compieta.

Le speranze della Commissione erano,  in certo modo, fondate anche perché già studiate nella Memoria generale. C'era stata una pausa nel lavoro a causa della consultazione dei Vescovi. Il lavoro ebbe come prima manifestazione il Cedex rubricarum e una nuova edizione del Breviario conforme al Codex. Il sopravvenire del Concilio ha aperto nuove vie alla riforma. Ma possiamo dire che il suo cammino è stato facilitato anche grazie al lavoro e alle proposte dei Vescovi, che sono nuovamente emerse, sempre più insistenti, nella consultazione precedente la celebrazione del Concilio e durante il Concilio stesso: il capitolo della Costituzione riguardante l'Ufficio divino sarà tra quelli più ritoccati rispetto al progetto della Preparatoria.

Un'ampia Appendice riporta "Estratti dalle risposte degli Ordinari". Generalmente sono solo estratti dei passi più significativi; altre volte viene riportata l' intera lettera o per l'importanza del contenuto o per l'autorità della persona che scrive. La disposizione è fatta con criteri geografici; così è dato vedere come le impressioni e i desiderata si corrispondono alle diverse latitudini.

*****

Ho passato in rassegna i progetti di riforma concepiti da una Commissione molto ristretta nel numero dei componenti, ma certamente ricca di entusiasmo e di coraggio nel l'affrontare un compito che si può a ragione definire enorme. Sono stati in gioco la fede nel valore della Liturgia e il desiderio di ridare alla Chiesa intera delle forme di celebrazioni che rispondessero ai sentimenti del nuovo mondo che si andava creando. Forse non tutti i membri della Commissione hanno voluto la riforma allo stesso modo. Ma hanno collaborato lo stesso e generosamente al suo compimento.

Tra le persone che più hanno creduto nella riforma, durante il periodo di lavoro della Commissione, credo doveroso ricordare il P. Ferdinando Antonelli, Relatore Generale della Sezione Storica della Congregazione dei Riti: è sempre stato propositivo e animatore; il P. Giuseppe Loew, ViceRelatore della stessa Sezione storica: a lui si debbono le ampie stesure dei documenti, nei quali, nonostante le revisioni del P. Antonelli, riaffiora il suo stile e il fraseggiare; il P. Annibale Bugnini, che è stato non solo Segretario ma anche collaboratore fattivo nella redazione e revisione dei documenti. I tre costituivano il motore trainante dell'équipe. E ci sono poi gli " ignoti milites" che hanno portato gran parte del peso concreto nella preparazione e conduzione dei lavori.

Tra gli effetti della riforma, va certamente sottolineato il nuovo impulso che ha ricevuto e dato il movimento liturgico. La riforma imponeva un sempre maggiore impegno nella formazione del popolo di Dio; ma apriva anche nuove strade perché la partecipazione alla Liturgia fosse davvero la fonte principale da cui attingere il vero spirito cristiano.

Forse i risultati non sono stati di ampio respiro, come avrebbero dovuto essere in una riforma aperta a tutto raggio sulla materia liturgica. Molte volte la Commissione si è limitata a far riemergere il filone originale, sopprimendo o alleggerendo gli orpelli che nel corso dei secoli vi si erano depositati sopra, a scapito dell' intelligenza immediata. Ciò si può rilevare nei decreti di pubblicazione dei vai riti: cf. la Veglia pasquale e la Settimana santa, la semplificazione delle rubriche, il Pontificale, ecc. Non fu elevato il numero delle vere novità introdotte nei riti restaurati. Ma fu un primo passo che richiese coraggio e apertura verso la speranza di passi successivi. Se oggi viviamo una Liturgia rinnovata dal Concilio Vaticano II,  è certamente anche per merito delle riforme di Pio XII e di Giovanni XXIII, che hanno intuito e incoraggiato gli inizi di un rinnovamento che tutta la Chiesa desiderava e ha contribuito a realizzare.

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